SCRIVERE DIRITTO

 

 

 

"SCRIVERE DIRITTO" è il nuovo blog dello Studio Legale Chiricosta & Crea, nel quale gli avvocati discutono di diritto e comunicazione, di diritto e marketing, e naturalmente di diritto in generale, con il commento delle notizie giuridiche più curiose, o con l'aggiornamento delle attività svolte dallo studio. Gli articoli del blog sono aperti ai commenti (basta cliccare sul titolo), così da permettere l'interazione degli utenti. Il blog non è invece la sede per richiedere pareri on-line, per i quali si rinvia alla scheda "contatti".

 

 

mer

12

lug

2017

Ho provato DatAvvocato e…

Ho provato la nuova piattaforme inaugurata da Cassa forense, creata dal Sole24ore e gentilmente offerta a tutti gli iscritti alla Cassa, ossia tutti e 240.000 i colleghi.

 

Dopo il Login (per il quale servono codice meccanografico e codice fiscale, nessuna registrazione) si “entra” in DatAvvocato.

 

In alto a destra della schermata principale vedrete il vostro pannello personale di “log out”: non c’è scritto il vostro nome, bensì “Ciao, cassa forense”, che oltre che pretenzioso ha la pecca di nopn essere personalizzabile in alcun modo.

Comunque, sulla schermata principale appaiono le principali news legali, divise per materia, apparse sulle testate collegate al Sole24ore.

Facciamo subito sul serio e facciamo una ricerca di giurisprudenza, che poi sarebbe l’utilizzo principale di questi software.

 

DatAvvocato presenta alcune voci preimpostate (quelle d’uso più frequente), ma naturalmente è possibile fare una ricerca a testo libero, anche se non è semplicissimo trovare questa opzione.

Proviamo con delle voci tipizzate: Assicurazione/Contratto: escono fuori 89 massime di Cassazione, la più risalente è del 1990, anche se la maggior parte e degli anni 2000; se vi sembrano tante, pensate alla genericità dell’interrogazione: con un programma a pagamento, i risultati sarebbero stati migliaia. Come ulteriore pecca, non viene indicata la fonte: sentenza pubblicata in…?

Proviamo qualcosa di meno comune: Caccia e pesca/Esercizio: qui DatAvvocato presenta ben 5 massime, dal 2001 in poi.

 

Proviamo la ricerca libera? Sopra la vetrina con le notizie c’è la riga per inserire i termini, ma io vado su “ricerca guidata” (a destra della riga di inserimento) e seleziono Condominio/millesimi e Corte di Cassazione civile, e anche qui (non so se è un caso) escono 89 risultati, tutti dal 2000 in poi.

Normalmente sarebbero più che sufficienti, anche perché si tende a citare le sentenze più recenti, ma con termini così volutamente generici mi sarei aspettato qualcosa in più. Se invece fate ricerca, scrivete articoli, monografie o altro sconsiglio DatAvvocato, oltre alla mancanza della fonte (fondamentale nella ricerca) i risultati sono limitati agli ultimi anni, impedendo una ricerca storica degli orientamenti.

 

 

Insomma, voto sette per l’impegno (oltre al fatto, naturalmente, che è gratis), ma personalmente consiglio una seconda verifica sui risultati (anche per trovare la pubblicazione della sentenza, che a me piace citare).

0 Commenti

mer

05

lug

2017

G Suite per lo studio legale

Di recente moltissimi computer sono stati infettati da un malware, che ha bloccato tutti i files dei computer colpiti. Tra questi anche le reti di importanti banche ed ospedali, con tutto quello che possiamo immaginare. Molti non sanno due cose: 1) tutti i computer colpiti avevano il sistema operativo Windows; 2) l’”infezione” su scala mondiale è partita dal computer di uno studio legale!

 

E’ evidente che aggiornare antivirus e firewall non basta più. Che fare? Una soluzione è quella di affidarsi al Cloud, ossia spostare tutti i documenti (ma anche altre risorse, per esempio i programmi) in uno spazio virtuale si internet (ovviamente protetto e riservato): nel caso tutti i computer dello studio si infettano (e potrebbe succedere anche domani…) tutti i documenti sono al sicuro, e subito recuperabili, senza fermare la produttività.

Una soluzione utile in questo senso è quella offerta da Google con G Suite, un insieme di programmi e utility indispensabili per qualunque studio professionale. Oltre al già noto Google Drive (che offre spazio virtuale per immagazzinare dati al sicuro) anche tutti i programmi più utilizzati nella professione, quali programmi di scrittura, fogli di calcolo, presentazioni, e-mail, teleconferenze, assistenza con operatore 24 ore su 24 e molto altro ancora, il tutto in un’unica suite.

 

Fate subito una prova gratuita registrandoti al link indicato, se poi trovate che sia perfetto per il vostro studio puoi abbonarti ad un costo ridicolo, di pochi euro all’anno. A proposito: se volete uno sconto ulteriore sul primo anno di abbonamento, inserite pure uno dei seguenti codici promozionali, e avrete uno sconto del 20% sull’abbonamento. E ditegli che vi mando io…

 

prova G Suite gratuitamente

 

CODICI PROMOZIONALI:

 

6A9MWNVKH4KG7CE

 

oppure

 

 MC33DD6NWYJDKK4

 

 

 

 

1 Commenti

mar

23

mag

2017

Anniversario della strage di Capaci

leggi di più

ven

12

mag

2017

Divorzio, autosufficienza e tenore di vita degli ex coniugi: una pronuncia rivoluzionaria della Corte di Cassazione

Come spesso avviene, le pronunce della Corte di Cassazione a volte sorgono all’altare del successo mediatico, ma (come mi ricordavano i miei docenti anni orsono) è sempre meglio leggere il testo in originale e per intero di sentenze o leggi cosiddette “rivoluzionarie”, e poi farsi un’idea propria.

 

Seguendo il consiglio, ho letto la sentenza Cass. Civ. 10 maggio 2017, n. 11504 (fatelo anche voi, la trovate qui) e, prima di prendere d’assalto i tribunali per farvi ridurre l’assegno che dovete alla vostra ex, sappiate che:

 

Innanzitutto il nuovo orientamento è applicabile solo ed esclusivamente per il coniuge divorziato, non per il coniuge separato, e la differenza è che con la separazione si mantengono, seppur allentati, i vincoli di solidarietà economica, mentre col divorzio cessa qualunque vincolo tra i coniugi.

 

In secondo luogo nel caso di specie l’ex moglie era un’imprenditrice attiva, con reddito proprio (e che si era rifiutata di provare…), e soprattutto in sede di separazione non le era stato accordato alcun assegno (anche, immagino, in ragione delle sue condizioni economiche), circostanza rilevante ai fini del meccanismo utilizzato dalla Corte.

 

Infine, è bene sottolineare il ragionamento seguito dalla Corte, prima sul piano tecnico, poi sul, piano teleologico (ossia lo scopo sociale di questo orientamento, questo sì straordinario).

 

La Cassazione distingue nettamente tra due fasi: la fase di accertamento del se concedere l’assegno o meno, e la fase della quantificazione del detto assegno.

Nella prima fase il giudice (secondo questo nuovo orientamento) non dovrà in alcun modo tener conto né del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, né delle condizioni economiche (reddituali e patrimoniali) dell’altro coniuge (ossia quello che dovrebbe pagare…), ma solo delle condizioni economiche (reddituali e patrimoniali) dell’ex coniuge richiedente, oltre che delle sue capacità lavorative (quest’ultime anche presuntive, in ragione di sesso, età e titolo di studio). Il giudice dovrà valutare (durante la fase di accertamento dell’an) se le condizioni economiche dell’ex coniuge richiedente siano adeguate.

 

Adeguate a che? Non più al precedente tenore di vita (come, sostanzialmente, è stato finora), bensì adeguate all’indipendenza economica. La stessa Cassazione ha desunto per analogia questo concetto dall’indipendenza economica dei figli maggiorenni, che devono essere mantenuti finché non abbiano raggiunto, per l’appunto,  “l’indipendenza economica”: come i genitori non possono più essere obbligati a mantenere un certo tenore di vita al figlio maggiorenne ed in possesso di capacità lavorativa astratta (poniamo laureato ultraquarantenne in perfetta salute, per capirci…) allo stesso modo non può essere imposto all’ex coniuge di mantenere l’altro (con cui non esiste più alcun vincolo matrimoniale) se questi è in grado (seppur astrattamente) di provvedere a se stesso.

 

La pronuncia è talmente rivoluzionaria che lo stesso interprete si è sentito in dovere di fare riferimento anche a criteri sociali, storici e culturali, per cui ha semplicemente preso atto che il concetto di matrimonio si è evoluto negli ultimi 50 anni (anzi 47, quanti ne sono passati dall'introduzione del divorzio nel nostro ordinamento), così come si è evoluto il ruolo della donna nella nostra società, per cui oltre ad un richiamo generale al dovere di solidarietà (non nei confronti di un coniuge con cui non esiste rapporto di “coniugio”, bensì solo nei confronti di un soggetto economicamente più debole) la Corte si richiama espressamente ad un principio di autoresponsabilità economica, per cui, anche nei confronti della società, oltre che per se stesso, ciascuno (coniuge divorziato o figlio ultramaggiorenne…) è obbligato ad impegnare tutte le proprie risorse per essere economicamente indipendente, e non impoverire un altro soggetto con un vincolo tendenzialmente a vita.

 

Giustamente la Corte ha ricordato anche quanto questo vincolo di durata indefinita nei fatti impedisca o renda oltremodo difficile al coniuge debitore (ossia a quello che paga) la possibilità di ricrearsi una famiglia.

 

Infine, a ridurre il carattere rivoluzionario di questa pronuncia (e di molte altre) c’è il fatto che nel nostro ordinamento, a differenza di quello statunitense o inglese, le sentenze della Suprema Corte non godono di nomofilachia, in pratica i giudici di merito ne prendono atto (data anche l’autorevolezza della fonte) ma poi possono decidere di utilizzare altri criteri, anche espressamente contrari a quelli indicati dalla Corte. Uno dei motivi principali della mancanza di nomofilachia, del resto, è che la Cassazione dice tutto e il contrario di tutto, per cui oggi una sezione ha indicato questo criterio, domani un’altra sezione potrà indicare l’esatto contrario (un avvocato ha infatti giustamente commentato: “una rondine non fa primavera”).

 

Proprio per evitare ciò, il Legislatore ha introdotto una limitata nomofilachia, per cui se su un punto controverso (ossia in caso di contrasti tra sezioni diverse) si pronunciano le Sezioni Unite, il principio di diritto stabilito da queste ultime deve necessariamente essere seguito dalle singole sezioni delle Corte di Cassazione (a meno di non rimettere la questioni nelle mani delle Sezioni Unite). Ed in ogni caso questo vale soltanto nei confronti della stessa Corte di Cassazione, il giudice di merito può comunque decidere anche contro l’orientamento stabilito dalle Sezioni Unite, se così ritiene più giusto fare.

 

Detto ciò, mi sembra possibile (tentare di) richiedere una modifica dell’assegno divorzile sulla base del nuovo orientamento, se provate che il vostro ex coniuge è in grado di mantenersi da sé.

 

 

leggi gli altri post

0 Commenti

gio

30

mar

2017

Come dare valore di prova legale ad una e-mail o ad una pagina web?

L’utilizzo della rete ha permesso l’espandersi della creatività anche riguardo alla commissione dei reati, che sempre più spesso  si verificano proprio sul web. Senza voler arrivare a casi estremi, pensiamo al caso frequentissimo di ingiurie, offese o minacce pervenute via web.

 

Come provare in giudizio le offese ricevute?

 

La prima tentazione sarebbe semplicemente quella di stampare quello che compare a schermo (per chi ancora non lo sapesse, con la combinazione di tasti CTRL + stamp e poi CTRL + v potete copiare, incollare e poi stampare praticamente qualunque cosa compare sullo schermo, anche un fotogramma di un video), ma questo in un processo quel foglio di carta avrebbe uno scarsissimo valore probatorio, perché alla controparte basterebbe disconoscerlo, affermando che si tratta di una copia costruita ad arte, operazione che oggi è alla portata di chiunque.

 

Oppure potreste pensare di salvare la pagina web in formato HTML; ciò si scontra con tre problemi: il principio generale di tipicità delle prove (il giudice potrebbe rifiutare la produzione del file HTML, e col nuovo processo civile telematico è tecnicamente impossibile); la pagina web, nel frattempo, potrebbe essere stata cancellata o modificata; anche il file HTML da voi prodotto potrebbe essere frutto di una manomissione (modificare il codice HTML è più semplice di quanto si pensi).

 

E allora?

 

Ci sono due strade, che non sono alternative tra loro, ma che possono essere utilizzate contemporaneamente.

 

Una è quella di aprire la pagina web incriminata (un blog, un profilo facebook, una mail) davanti ad un testimone, che dovrà garantire il contenuto di quanto da lui visionato in quel momento. A quel punto avrete a disposizione una prova tipica, che potrete (in effetti dovrete) integrare con lo stampato della pagina.

L’ideale sarebbe che il testimone sia un Notaio (con tutt’altra spesa, mi rendo conto), che scarica e stampa personalmente la pagina da voi richiesta, autenticandone anche l’indirizzo IP, data e ora di download, e la corrispondenza tra la copia cartacea e quanto visto in quel momento,  e avrete una copia certa, anche se nel frattempo l’autore cancella la pagina.

 

Un’alternativa (o meglio ancora da utilizzare contemporaneamente, viste le difficoltà di produzione di un file HTML) è avvalersi di un servizio di hashing. L’Hash è una sorta di autenticazione digitale che afferma che una pagina web corrisponde alla copia fornita, ed era realmente esistente al momento dell’acquisizione.

 

Funziona così: una volta individuata la pagina che volete conservare come prova, collegatevi al sito https://www.hashbot.com/ oppure http://www.fawproject.com/ , ed inserite l’indirizzo IP che volete salvare (ossia tutto quello che compare nella barra degli indirizzi, per esempio https://studiochiricostacrea.jimdo.com/scrivere-diritto/ ) e il vostro browser (ossia Internet Explorer, Firefox etc.), quindi continuate a seguire le istruzioni. Riceverete una cartella con una copia HTML della pagina ed un file di testo con i codici di convalida della pagina (i cosiddetti Hash, per l’appunto). A quel punto avrete una prova che potrà superare anche la perizia di un tecnico informatico, il quale potrebbe verificare non solo la corrispondenza esatta tra i codici di convalida e la pagina HTML prodotta, ma (collegandosi al sito https://www.hashbot.com/ oppure http://www.fawproject.com/, a seconda del servizio utilizzato) potrà farlo anche se nel frattempo la pagina originale sia stata rimossa.

 

Questo sistema, però, funziona solo con le pagine web. Per quanto riguarda le mail, l’unico sistema (oltre a visualizzarla insieme ad un testimone o ad un notaio) è salvare la mail in formato  .eml  (basta fare il comando “salva” su qualunque software di posta elettronica), oltre naturalmente a stamparla, e avrete a disposizione l’”header” della mail, data e ora di invio, e soprattutto indirizzo IP da cui è stata mandata, cosa che potrebbe consentire ad un tecnico di risalire all’autore.

 

Ed i messaggi su WhatsApp?

 

Per le conversazioni su WhatsApp il problema è molto diverso, perché mentre è relativamente semplice salvarne una copia, per convalidarne il contenuto (oltre a mostrarlo ad un notaio) l’unico sistema è consegnare fisicamente il cellulare ad un tecnico informatico. Estrarre una copia, invece, è molto più semplice. Oltre a salvare una copia di backup, infatti, whatsapp consente di inviare ad un indirizzo mail (per esempio il nostro) un file di testo che riporta la conversazione ed i dati essenziali (numeri, nomi, data e ora), mentre gli allegati conservano il loro formato originale.

 

leggi gli altri post

3 Commenti

gio

05

gen

2017

Marketing on-line: un motivo per NON farlo

Recentemente ho preso l’attestazione "eccellenze in digitale"  di Google, che consiglio a tutti, e che si occupa sostanzialmente di diffondere i principi di marketing on-line, anche a chi (anzi, soprattutto a chi) non è esperto di informatica e di web 2.0.

 

Il corso è fantastico, completamente gratuito e si conclude con un’attestazione, ma omette di dire due cose:

il marketing on-line non funziona come una bacchetta magica, metti un sito on-line e l’anno dopo raddoppi o triplichi il fatturato: assolutamente no! Richiede un impegno costante, un impego di tempo, denaro, forza di volontà e creatività (e tutta una serie di abilità non cognitive) lungo un periodo di tempo medio-lungo.

 

Detto in parole povere, se segui alla lettera le regole del marketing on-line aumenterai le visite al sito o gli “amici” su facebook, ma per avere un riscontro anche in termini di fatturato occorrono comunque tempi lunghi, e il passaggio dalla visita sul sito ad una fattura è lungo e faticoso, e dipende interamente da te, non certo dal computer.

Un’altra cosa che questi corsi non dicono è  che certe volte è meglio non cominciare proprio.

 

Faccio un esempio reale: giorni orsono intendevo prenotare una cena in un locale con la mia famiglia, e ovviamente cerco sul web il sito del locale (e non c’era),  trovando invece il suo profilo facebook; già che c’ero, volevo vedere se organizzava qualche serata particolare, se c’era il menù etc. Sfoglio i post, e vedo che l’ultimo post risaliva al 2015.

Il primo pensiero è che il locale fosse proprio chiuso; il secondo che non organizzasse niente di speciale; il terzo (ma dopo un bel po’ di tempo) che il titolare, non vedendo utilità della pagina facebook, avesse smesso di scriverci. In ogni caso non ho chiamato per togliermi il dubbio, e quella sera siamo andati da un’altra parte.

 

Secondo esempio: oltre che a scrivere, passo ovviamente molto tempo  a leggere i blog legali dei colleghi, e mi sono imbattuto in un blog il cui ultimo post risaliva anch’esso a fine 2015.

E’ possibile (e io glielo auguro di cuore) che il suo studio ha avuto talmente successo che ora non hanno più tempo di scrivere, ma se io fossi un potenziale cliente avrei avuto, nell’ordine, le seguenti impressioni:

 

1) lo studio non è più operativo;  2) l’avvocato di questo studio non si aggiorna;  3) l’avvocato non ha tempo, quindi non ha tempo neanche per me. Come vedete sono tutte ipotesi negative, anche se implausibili e irrazionali, perché è solo la prima impressione che conta, irrazionale e intuitiva per definizione.

 

Molto più probabilmente il collega ha visto una sproporzione tra l’impegno di tenere un blog (o una pagina facebook, o altro profilo social) aggiornati, e il ritorno (le cd. “conversioni”) in termini di fatturato, e ha capito che, nel suo caso, il gioco non valeva la candela, e magari impiega il suo tempo in altre forme di marketing più redditizi.

 

 

Più che legittimo, se non fosse che nel suo caso tenere in vita un blog (o un profilo social) vecchio significa darsi la zappa sui piedi, perché diffonde un’immagine negativa, peggiore che se non fosse mai stato sul web: in quel caso è meglio cancellare tutto e fare come prima, evitando quelle prime impressioni descritte sopra. Insomma, se decidete di mettere su la pagina “social” o il sito dello studio, preparatevi ad impegnarvi nel tempo, magari impostando un calendario (tipo uno o due post al mese, come minimo), altrimenti meglio non iniziare, perché vi dareste un’immagine negativa. Avete già un blog o un profilo social? Date un’occhiata ai vostri post: se l’ultimo risale di un anno o oltre, fate un favore a voi stessi e cancellatelo per intero, la vostra immagine ne avrà un beneficio.

 

leggi gli altri post

 

mar

08

nov

2016

Incidente con auto sconosciuta o non assicurata: che fare?

Può capitare di subire un incidente da un veicolo sconosciuto (per esempio durante la nostra assenza dal veicolo parcheggiato), oppure da un pirata che provoca il sinistro e fugge, oppure da un veicolo privo di assicurazione. Che fare?

Molti non sanno che esiste il Fondo di garanzia vittime della strada, finanziato con parte dei premi assicurativi regolarmente pagati. Distinguiamo le due ipotesi. Innanzitutto bisogna verificare se il veicolo che ci ha investiti è assicurato oppure no, tanto più che oggi non c’è più l’obbligo di esporre il contrassegno. In rete esistono molti siti che forniscono questa informazione (ad es. il portale dell'automobilista), basta inserire il numero di targa. Verificato che il veicolo sia privo di assicurazione RCA, bisogna stampare il modulo di richiesta dal sito CONSAP, che gestisce il fondo, completarlo, firmarlo ed inviarlo per raccomandata sia al CONSAP sia ad una compagnia assicurazione (non alla propria, come di regola), diversa regione per regione, indicate sul sito. La richiesta è una normale richiesta di risarcimento danni da sinistro stradale, per cui è opportuno sia corredata di tutte le informazioni utili, ossia la descrizione puntuale del sinistro (come, quando, dove…), i dati dei veicoli coinvolti, dati dei proprietari e dei conducenti (quando possibile),  nomi delle forze dell’ordine intervenute e di eventuali testimoni, preventivo della carrozzeria, reperti fotografici etc. etc. eventuali certificati medici in caso di lesioni (certificato PS, medico legale etc.). Naturalmente ricordo che, se avete la targa del veicolo, potete risalire a tutti i dati del veicolo e del proprietario con una semplice visura al PRA.

Il fondo risarcisce diversi tipi di danno con diversi criteri.

Nel caso di auto non assicurata il fondo copre i danni a cose e persone secondo la legge.

Nel caso di auto non identificata il fondo copre tutti i danni alle persone e i danni alle cose di entità superiore a € 500,00 (ossia nel caso di € 600 di danni il fondo risarcisce solo € 100).

Nel caso di incidente con auto rubata il fondo copre anche i danni ai beni trasportati; ovviamente in tal caso bisogna allegare la denuncia di furto.

Il Consap, quando possibile, provvederà a recuperare dal diretto responsabile quanto versato per il risarcimento.

È possibile fare il tutto anche da soli, ma data la relativa complessità delle operazioni e la necessità di produrre una documentazione che sia quanto più possibile “probatoria” si consiglia vivamente l’assistenza di un legale, tanto più che anche il costo dell’assistenza legale stragiudiziale è a carico del Consap.

 

 

leggi gli altri post

0 Commenti

lun

17

ott

2016

Tempi duri per i dipendenti assenteisti!

Che avvengano all’interno di una piccola impresa o in quella di una grande azienda, le assenze ingiustificate possono mettere in serio pericolo la produttività e i profitti di qualunque attività imprenditoriale, e se diventano un evento regolare possono essere emulate anche da quei dipendenti che al contrario di molti “furbetti”, hanno un comportamento diligente nei confronti della propria azienda e del datore di lavoro.

Per assenze ingiustificate si intendono tutti quei congedi temporanei motivati da false malattie, abusi dei permessi previsti dalla legge 104/1992 art 3 comma 1, assenze per falsi infortuni, doppi lavori e via dicendo.

Con la sentenza 18507/2016, si è recentemente ribadito come il datore di lavoro abbia il diritto di controllare se il proprio dipendente sia veramente malato anche se non sussistano sospetti gravi sulla veridicità della stessa. La Cassazione è intervenuta nuovamente sulla questione, disconoscendo il certificato medico attestante la malattia di un lavoratore e riconoscendo valide le prove dimostranti la falsa malattia reperite a seguito di accertamenti effettuati da una agenzia investigativa appositamente incaricata dal datore di lavoro. Nello specifico, assente per una dichiarata patologia di lombo-sciatalgia acuta, il dipendente è stato sorpreso mentre eseguiva lavori sul tetto e nel cortile della propria abitazione, le risultanze delle investigazioni, legittimamente acquisite attraverso una attività di osservazione diretta e dinamica, sono stati tali da privare il certificato medico rilasciato da professionisti convenzionati degli effetti suoi propri. Una conseguenza importante nel procedimento, se si considera che il certificato medico costituisce atto pubblico assistito da fede privilegiata e, come tale, in generale fa piena prova sino a querela di falso.

Altresì viene confermata la facoltà del datore di lavoro di concretizzare il controllo, anche occulto, tramite l’assunzione di una agenzia investigativa o un investigatore privato alle condizioni dettate nella sentenza Cass. Civ. 17113/2016 secondo cui il controllo deve essere destinato ad individuare esclusivamente comportamenti illeciti esulanti la normale attività lavorativa.

L’investigatore privato sembra possa essere di grande aiuto anche per la Pubblica Amministrazione, per ridurre sprechi e risorse, liberando le forze di pubblica sicurezza da compiti che anche questi professionisti possono svolgere.

E' recente una sentenza dalla Seconda sezione giurisdizionale centrale d'Appello della Corte dei Conti di Roma (sentenza n. 36954/2016), che ha riconosciuto legittimo ingaggiare una agenzia investigativa al fine di verificare l'effettiva esistenza di comportamenti illeciti di un dipendente anche nel settore pubblico. Questa sentenza ha aperto finalmente le porte al privato e da alle pubbliche amministrazioni di tutta Italia la possibilità di identificare tutte le criticità che vengono commessi dai dipendenti pubblici e che difficilmente vengono perseguiti a causa della poca disponibilità (uomini e mezzi) da parte delle forze dell’ordine, impiegati nell'ordine pubblico, nella prevenzione, nell'antiterrorismo e nella lotta alle mafie e via dicendo. Le agenzie investigative sono difatti in grado di eseguire tutte quelle attività di indagine che prevedono un iter operativo tipico dei servizi "atipici" condotti normalmente dalle forze dell’ordine; servizi che già offrono alle imprese private per inchiodare dipendenti infedeli che abusano di permessi 104, sindacali, malattie, infortuni e via dicendo. Un diritto riconosciuto alla professione dell’investigatore privato, a vantaggio delle casse e dell'immagine statali, regionali, comunali, partecipate e miste.

Giuseppe Tiralongo

 

 

mer

05

ott

2016

Operatori legali Croce Rossa

Il Comitato Area Metropolitana di Roma Capitale ricerca Operatori Legali in vista dell’apertura di strutture di accoglienza per migranti.

 

Maggiori informazioni al seguente link

mer

05

ott

2016

Addetto legale-sanitario nel Lazio

La Sanità è in costante crescita e ricerca profili anche non strettamente inerenti alle tipiche professioni del settore. Nel Lazio 25 sono i profili con peculiari caratteristiche che la Divisione Medical di Articolo1, Soluzioni HR, ricerca.

Addetto Legale

Si richiede: laurea in Giurisprudenza, Scienze Giuridiche o equivalenti; esperienza pregressa di almeno 4 anni nella posizione richiesta presso aziende strutturate medio-grandi o studi notarili; ottima conoscenza dei principali pacchetti informatici; ottima conoscenza del diritto societario e normativa inerente la compravendita e locazione.

 

Tutti i dettagli delle varie posizioni possono essere reperiti sul seguente sito

mer

05

ott

2016

Unesco seleziona legali

Hai tra i 20 e i 35 anni? Sei convinto che la cultura e l’educazione siano i pilastri per lo sviluppo e il progresso del Paese? Credi nel valore della promozione del patrimonio artistico e culturale italiano, anche in chiave di investimento economico? Hai voglia di metterti in gioco in prima persona? Questa è una buona opportunità per schierarti in prima linea! Il Comitato Giovani della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO seleziona nuovi soci in tutte le regioni d’Italia. Si cercano figure con diversi profili professionali presenti e attivi sul territorio della regione di riferimento, giovani motivati e pronti a sostenere e veicolare i valori e i principi dell’UNESCO.

 

 

Per inviare la propria candidatura c’è tempo fino al 10 ottobre 2016 ore 12.00. qui il bando

 

mer

05

ott

2016

Nuova sezione Concorsi per avvocati e laureati in Giurisprudenza

Si inaugura una nuova sezione del sito, sperando di far cosa gradita (e soprattutto utile) a tutti i colleghi giuristi, pubblicando e condividendo bandi di concorso pubblici e privati che potrebbero essere di interesse per gli avvocati e/o comunque per chi ha la laurea in giurisprudenza. Naturalmente chi ha più informazioni o è comunque a conoscenza di un bando  pertinente è invitato a condividerlo con gli altri, condividendo il “link” tra i commenti, nella nostra pagina LinkedIn oppure scrivendo per e-mail al nostro sito, e  provvederemo a pubblicarlo. Allo stesso modo Enti e aziende che vogliano pubblicare un annuncio di lavoro per legali può farlo inviandoci un messaggio tramite la scheda “contatti” del nostro sito. Naturalmente, fatta eccezione per i bandi pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale, il nostro sito non si assume alcuna responsabilità sulla fondatezza e correttezza delle informazioni pubblicate. Trovate la sezione sempre aggiornata sulla pagina principale di  scrivere diritto.

Buona lettura!

 

 

 

 

0 Commenti

mer

05

ott

2016

Concorso per giudice tributario

Per i pochi che ancora non lo sanno, il Consiglio di Presidenza delle Giustizia Tributaria ha aperto un Concorso per titoli per giudice tributario nelle commissioni provinciali e regionali, qui il Bando, e in bocca al lupo a tutti.

0 Commenti

lun

21

mar

2016

Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie

Il Senato ha istituito per il 21 marzo la “Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie

 

In realtà è dal 1996 che l’associazione “libera di Don Ciotti organizza, proprio in questa data, la celebrazione della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti della Mafia, e quest’anno città simbolo della manifestazione è stata Messina, ma celebrazioni sono avvenute in altre mille città, anche all’estero.

 

Per vero l’approvazione della celebrazione è passata sotto silenzio mediatico, fatte salve alcune polemiche sull’iter legislativo (nella legge è stato omesso il termine “innocenti”, fate un po’ voi le vostre valutazioni…); peraltro l’istituzione per legge di un fenomeno che già si verifica da oltre vent’anni ha l’aria di essere un contentino per fare bella figura senza spendere un euro: idealmente una bella cosa, ma con poche ricadute pratiche sulle vittime (che già celebravano questo giorno anche senza il placet statale). Qualcuno tra i media ha persino polemizzato dicendo che l’istituzione di una giornata nazionale era tutto sommato superflua (v. commento di Tony Zermo su “La Sicilia).

 

Per me invece non si fa a sufficienza, come dimostra l’assordante silenzio che ha accompagnato l’istituzione di questa giornata, che non è soltanto commemorativa delle vittime (impegnate in prima linea contro la Mafia, o semplici cittadini che passavano al momento sbagliato) e delle loro famiglie, ma è anche una giornata celebrativa dell’impegno, quotidiano e costante, contro la Mafia, perché di Mafia si muore e si continua a morire, anche se ne parliamo sempre meno.

 

L’impegno contro la Mafia (anzi, contro tutte le mafie, come giustamente ricorda la gigantografia fuori dal mio studio di Piazza Armerina) non è solo delle figura istituzionali (magistrati e forze dell’ordine su tutti, cui va tutto il nostro riconoscimento), ma è di tutti noi; cosa possiamo fare noi, nella nostra vita di tutti i giorni?

 

Innanzitutto continuare a ricordare a noi stessi e agli altri (soprattutto alle generazioni più giovani) quello che è stato nel secolo scorso, e che per noi Falcone e Borsellino (solo per citarne due, ma ce ne sono moltissimi altri) non sono stati solo protagonisti di qualche fiction televisiva, ma grandi uomini che hanno ispirato una generazione.

 

In secondo luogo riflettere sul fatto che la Mafia mette radici sul terreno dell’illegalità, e su questo ognuno di noi può fare tanto o poco, rendendosi esempio di legalità, ciascuno a modo proprio: c’è l’impiegato pubblico che timbra il cartellino e poi va effettivamente a lavorare; c’è il medico INPS che si rifiuta di concedere l’invalidità ad un soggetto sano; c’è il contribuente che paga regolarmente le tasse; c’è il guidatore che rispetta il Codice della Strada, perché sa che è meglio per tutti. Ciascuna di queste persone, inconsapevolmente e senza grandi sforzi, contribuisce a creare un clima sempre più sfavorevole alla criminalità organizzata, facilitando il lavoro di chi se ne occupa in prima persona.

 

Naturalmente anche lo Stato è chiamato a fare qualcosa di più: è vero che abbiamo una normativa antimafia che funge da esempio per l’Europa, ma ogni norma è per definizione perfettibile, soprattutto nella sua applicazione; si dovrebbero potenziare uomini e mezzi delle forze dell’ordine, si dovrebbero sbloccare più rapidamente i beni sequestrati alla mafia, che spesso giacciono improduttivi per anni, quando non si arriva ad una vera e propria “mafia dell’antimafia”; si potrebbero dare più risorse al fondo per le vittime della mafia: molte persone non sanno neanche che esiste, e in generale ci dovrebbe essere più consapevolezza sull’esistenza prima e sull’utilizzo poi della normativa antimafia.

 

Da questo punto di vista, quindi, l’istituzione (anzi, l’istituzionalizzazione) di una giornata nazionale non mi pare solo utile, ma indispensabile e un’occasione da non perdere.

 

 

Avv. Giovanni Chiricosta

gio

03

mar

2016

Guida rapida al mutuo per la casa

Normalmente acquistare una casa è una operazione decisamente superiore agli sforzi economici del singolo, che non dispone dell’intera cifra, per cui è costretto a concludere un mutuo con una banca. Attraverso il mutuo, infatti, la banca eroga l’intera somma richiesta (una percentuale sostanziale del prezzo dell’immobile) in un'unica soluzione anticipata, e il debitore restituisce la somma a rate. Nello scambio il consumatore diventa proprietario di casa (cosa che non avrebbe potuto fare senza il prestito) mentre la banca ottiene, oltre alla restituzione del capitale (garantita dall’ipoteca sulla casa), una maggiorazione degli interessi, grazie ai quali ottiene un profitto.

 

Ma andiamo con ordine.

 

Vedete una bella casa, e decidete di acquistarla, ma non avete i soldi. Immaginiamo che la casa costi 100.000, e vi recate in banca per il mutuo. In banca vi diranno che in ogni caso non vi presteranno mai l’intera somma, ma al massimo l’80% del valore dell’immobile, nonostante l’ipoteca sia, ovviamente, sul 100% dell’immobile. Questo perché nel caso in cui smettiate di pagare le rate quando ancora mancano parecchi anni all’estinzione del debito la vendita dell’immobile anche al 100% del suo valore non ricompensa a sufficienza il mancato guadagno della banca: ecco perché la garanzia deve avere un valore superiore al capitale prestato!

 

In ogni caso la banca, per verificare effettivamente quanto vale la garanzia e quanto prestarvi (i due valori, come abbiamo visto, sono strettamente correlati) non si accontenta certo del prezzo fissato dal venditore, ma è necessaria una perizia tecnica, redatta da un perito indicato dalla banca o da voi (il costo della perizia è a carico vostro in entrambi i casi), anche se spesso le banche si affidano ad una propria perizia interna basata sui dati catastali dell’immobile, perizia che non ha costi per il consumatore.

 

Stabilito il valore dell’immobile e fissato il capitale (poniamo € 80.000, l’80% dei 100.000 che ci servono: gli altri 20.000 dovremo metterceli noi di tasca nostra) dobbiamo stabilire le condizioni del mutuo: quanto costerà alla fine, a tasso fisso o variabile, di che durata etc. Un facile modo di partenza, prima di stabilire queste variabili tecniche, è stabilire la misura della rata: mentre può risultare di difficile comprensione stabilire lo spread dei tassi di cambio nel tempo, sappiamo implicitamente quanto possiamo permetterci al mese (o a trimestre, o a semestre). Una buona norma è stabilire una rata massima del 33% del proprio reddito, per poter essere in grado di sopportare le rate anche durante periodi economicamente negative, o con contingenti spese impreviste.

 

Stabilita insieme alla banca la misura massima della rata potete decidere la durata del prestito (ossia in quanti anno finirete di pagarlo). Come regola generale più breve è la durata più le rate sono alte (ma più basso sarà il costo complessivo del mutuo, rincarato degli interessi); più la durata è lunga più le rate sono basse (ma gli interessi maggiori, con aumento del costo complessivo degli interessi).

 

A tasso fisso o variabile?

 

Per “tasso” si intende  il tasso di interesse applicato alle singole rate del mutuo. Con il mutuo a tasso fisso il consumatore ha il vantaggio di conoscere l’importo di tutte le singole rate che dovrà pagare e di conoscere anche il costo totale che avrà avuto il mutuo alla fine del pagamento. Lo svantaggio è che, in caso di calo dei tassi di mercato, il consumatore non potrà avvantaggiarsene.

Col mutuo a tasso variabile il tasso di interesse delle rate (e conseguentemente la misura delle rate) varia al variare dei tassi di mercato, per cui le rate possono abbassarsi o anche aumentare oltre la soglia di un terzo del proprio reddito, o persino variare di numero (ossia aumentando la durata del mutuo).

Naturalmente sono possibili anche posizioni intermedie a tasso fisso e variabile, che in vari modi combinano tra loro vantaggi e svantaggi dei due tassi.

 

Piano di ammortamento

Il piano di ammortamento è il progetto di restituzione del debito; il piano stabilisce l’importo, la rata entro la quale tutto il debito deve essere pagato, la periodicità delle rate (mensili, trimestrali, semestrali), i criteri per determinare l'ammontar’ di ogni rata.

In particolare la rata è composta di due elementi:

- quota capitale, cioè l’importo del finanziamento restituito;

-  quota interessi, cioè l’interesse maturato in base al tasso applicato.

Esistono diversi meccanismi di ammortamento, ma in Italia quello più diffuso è il cd. ammortamento “alla francese”, in base al quale la rata è composta da una quota capitale crescente e da una quota interessi decrescente.

In pratica all’inizio si pagano soprattutto interessi; mano a mano che il capitale viene restituito la quota degli interesse nella singola rata diminuisce mentre aumenta la quota capitale.

Ciò, peraltro, incide sulle detrazioni fiscali, considerando che sono detraibili soltanto gli interessi sui mutui, non l’intera rata.

Un esempio concreto aiuterà a comprendere l’ammortamento alla francese:

ipotizziamo un prestito di 145.00 in 15 anni a tasso fisso del 5,3%, a rate mensili e ammortamento alla francese.

La rata sarà sempre di € 1.169 ma, mentre nella prima rata la quota capitale sarà di € 529 e la quota interessi di € 640, nell’ultima la quota capitale sarà di € 1164 e la quota interessi di € 5.

 

 

leggi gli altri post

0 Commenti

mar

22

dic

2015

La costituzione di una fondazione mediante testamento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Secondo quanto prescrive l’art 14 CC la fondazione può essere costituita, oltre che per atto inter vivos, anche per testamento. In quest’ultimo caso l’atto diventerà efficace, come ogni disposizione a causa di morte, solo all'apertura del testamento.

La dottrina e la giurisprudenza si sono interrogate se, in quest’ultimo caso, la forma necessaria sia quella del testamento pubblico o se invece possa considerarsi sufficiente il ricorso ad un testamento olografo.

La dottrina oggi prevalente alla luce delle sufficienti garanzie offerte da quest’ultimo circa i requisiti di forma e di pubblicazione, inducono a ritenere ammissibile anche la costituzione di una fondazione attraverso il testamento olografo.

Il verbale di pubblicazione del testamento olografo, infatti, in forza della sua natura di atto pubblico, è considerato titolo legittimante la richiesta di iscrizione nel registro delle persone giuridiche della fondazione. Inoltre la particolare forma utilizzata  fa sì che, come ogni disposizione mortis causa, essa produca effetti solo al momento dell’apertura della successione, quindi fino a tale data essa può essere oggetto di revoca. Ulteriore problema è quello della natura giuridica della disposizione testamentaria con cui si costituisce una fondazione.

Parte della dottrina ritiene che l’atto di dotazione non abbia un’autonoma natura causale, ma costituisce elemento integrativo dell’unico negozio di fondazione, considerato come negozio tipico, unilaterale e gratuito.

Secondo invece altra dottrina è necessario distinguere tra negozio di fondazione e atto di dotazione. Col negozio di fondazione si intende costituire l’ente, esso è un atto post mortem oppure una disposizione non patrimoniale ex art. 587, II comma c.c.

L’atto di dotazione rappresenta invece l’istituzione di erede o di legato.

Oltre ai dubbi sull'utilità pratica della distinzione tra atto di fondazione ed atto di dotazione, non sono mancate critiche dottrinali ad una ricostruzione teorica basata sulla scissione dell’atto di fondazione. È vero infatti che, distinguendo tra atto di fondazione ed atto di dotazione patrimoniale e costruendo il primo come atto rivolto alla creazione di un nuovo soggetto di diritto, risulta possibile qualificare l’atto di dotazione patrimoniale, allorché sia contenuto in un testamento, come istituzione di erede o legato a favore del nuovo soggetto creato con l’atto di fondazione. Tuttavia in concreto risulterà inapplicabile alla fattispecie ogni norma che presupponga la qualificazione dei beni come eredità, o della vicenda traslativa come successione a titolo universale.

Secondo la dottrina maggioritaria, pertanto, conviene abbandonare il tradizionale postulato secondo il quale il testamento non può contenere altri atti di disposizione patrimoniale che non siano l’istituzione di erede o il legato e non esistono altri atti di liberalità tra vivi oltre a quelli ricompresi nello schema della donazione: si deve ammettere l’esistenza, in forma di testamento o di atto tra vivi, di quella ulteriore figura negoziale, implicante una disposizione patrimoniale che prende il nome di atto di fondazione.

Alle stesse conclusioni giunge la giurisprudenza più recente, secondo cui l’atto di fondazione ha in comune con l’istituzione di erede, il legato, la donazione, il fatto di essere un atto di liberalità:   le norme che regolano queste ultime figure in quanto atti di liberalità, dunque troveranno applicazione anche per l’atto di fondazione; a quest’ultimo, inoltre, si applicheranno le altre norme genericamente formulate per tale categoria di atti. Le modalità concrete con cui si possono costituire fondazioni per testamento sono diverse.

Una prima ipotesi è quella diretta e simultanea, nel caso in cui il fondatore riporta nel testamento tutti gli elementi richiesti dalla legge per l’atto costitutivo di fondazione e manifesta la volontà di spogliarsi dei beni da destinare a patrimonio della fondazione stessa, con la conseguenza che la scheda testamentaria funge da atto costitutivo dettando le regole e la disciplina della fondazione. La costituzione indiretta  e successiva ricorre invece qualora il de cuius manifesti nel testamento la volontà di destinare determinati beni alla costituzione di una fondazione e indichi lo scopo della fondazione, demandando a terzi il compito di creare l’ente e completare la struttura con gli elementi indicati.

Il terzo funge da arbitratore ex art 1349 CC che integra la volontà del testatore.

A carico dell’erede o del legatario viene così posto un onere, spettando ad essi il compito di eseguire la disposizione a loro carico e di integrare la volontà del testatore.

Rientra nell'ipotesi della costituzione indiretta anche il caso in cui il testatore decida di affidare gli adempimenti costitutivi ad un esecutore, il quale non ha solo il potere ma anche il dovere di eseguire le ultime volontà del de cuius.

 

Dott.ssa Raffaella Diviccaro

 

 

leggi gli altri post

 

 

 

 

 

0 Commenti

ven

27

nov

2015

Preghiera dell'avvocato

Per chi crede che la Fede (quella con la F maiuscola) abbia un ruolo in tutte le cose della vita, e quindi anche nel proprio lavoro, ho cercato in rete una preghiera per l’avvocato; in verità non c’è una preghiera ufficialmente riconosciuta, ma ve ne sono molte, alcune anche con una esplicita approvazione ecclesiale. A me è particolarmente piaciuta una che, benché priva di “placet” clericale, mi sembra meno retorica e più sincera delle altre, scritta da Giampaolo Thorel (Giornalista, docente di Filosofia, e molte altre cose ancora…).

 

A proposito: il “santino” in copertina è Sant’Ivo di Bretagna, protettore degli avvocati: ora sapete a chi rivolgervi!

 

Preghiera dell'avvocato


Per essere un buon avvocato

Spero che la mia preghiera non ti giunga, o Dio, superficiale o dissonante dalla tua Legge eterna.

La consuetudine invalsa nella nostra professione di "mentire" o di nascondere parti di verità per difendere i nostri clienti può, alla lunga, fuorviare la nostra coscienza. Insegnami a capire che la giustizia si fonda sulla verità, e che la verità, quella somma, sei solo Tu o Dio.

Guidami nella retta comprensione dei casi più complicati.

Ed anche se dovrò invocare pene e sanzioni, non permettere che io sia mosso da malanimo o da spirito di rivalsa o di successo.

La pena deve essere sempre redentiva, rieducativa.

Ti chiedo perdono se qualcuno, per mio scarso impegno personale, sta pagando in qualche carcere.

Aiuta lui e la sua famiglia a ritrovare, presto, libertà e gioia di vivere.

Fa che io sia mosso dalla 'caritas', che supera la legge umana, pur non obliterandola.

Benedici me e tutta la classe cui appartengo, perché tutelino veramente la giustizia senza preferenze di persona.

Grazie di avermi ascoltato. E così sia.

 

da "Filo rosso con Dio" , Giampaolo Thorel, ed. Paoline

 

 

leggi gli altri post

mer

07

ott

2015

Abuso del diritto ed elusione fiscale

L’abuso del diritto e l’elusione fiscale prima della novella dello Statuto del contribuente


 

È in vigore dallo scorso 1° ottobre il “nuovo” abuso del diritto. Concetto civilistico, ma non accolto però nel nostro codice, il principio è entrato nell’ordinamento tributario – nella species dell’elusione fiscale – con l’art. 37-bis, D.P.R. n. 600 del 1973, ai sensi del quale erano “inopponibili all’amministrazione finanziaria gli atti, i fatti e i negozi, anche collegati tra loro,prividivalideragionieconomiche,direttiad aggirare obblighi o divieti previsti dall’ordinamento tributario e ad ottenere riduzioni di imposte o rimborsi, altrimenti indebiti”.

 

La disposizione, sin dal momento della sua introduzione, circoscriveva il suo ambito di applicazione alle sole imposte dirette e in riferimento a determinate fattispecie – ampliate nel corso del tempo – ritenute dal legislatore potenzialmente elusive (comma 3): operazioni straordinarie; conferimenti in società; cessioni di crediti o di eccedenze d'imposta; operazioni in derivati; operazioni con controllate e collegate in Paesi black list; ecc.. Inoltre prevedeva (comma 8) la possibilità di disapplicazione “qualora il contribuente” avesse dimostrato “che nella particolare fattispecie” i temuti “effetti elusivi non avrebbero potuto verificarsi”.

 

La situazione è radicalmente cambiata a seguito di alcuni interventi, soprattutto giurisprudenziali. A livello comunitario, si ricorda CGCE, 21/2/2006, n. 255 – Halifax (in Rass. Tributaria, 2006, 3, 1016); in Italia, Cass., SS.UU., 30/9/2008, n. 30005 (“non può non ritenersi insito nell’ordinamento, come diretta derivazione delle norme costituzionali, il principio secondo cui il contribuente non può trarre indebiti vantaggi fiscali dall'utilizzo distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un risparmiofiscale in difetto di ragioni economicamente apprezzabili…”).

 

L’“abuso del diritto” ha infine trovato applicazione – “a condizione che fosse individuata la norma anti-elusiva, specificamente prevista dalla legge, violata” (p.e. l’art. 37-bis: cfr. Cass. pen., 28/2/2012,n.7739) e sia pure con qualche distinguo – anche in campo penale (Cass., 12/6/2013, n. 33187).

 

Il nuovo art. 10-bis, L. n. 212 del 2000.

 

In una situazione così confusa, un intervento normativo era ormai improcrastinabile: l’art. 1, c. 1, D. Lgs. 5 agosto 2015, n. 128 ha dunque introdotto l’art. 10-bis nella legge 27 luglio 2000, n. 212 (“Statuto dei contribuenti”), al fine di definire per legge il concetto di “abuso di diritto”, individuarne gli elementi costitutivi, escluderne la rilevanza penale. In questo modo, il legislatore – come si vede dalla stessa rubrica dell’art. 10-bis – ha inteso sussumere l’elusione (species) nel più ampio concetto di abuso (genus). Correttamente, dunque, ha previsto l’abrogazione dell’art. 37-bis (un po’ meno correttamente, si è invece “dimenticato” dell’art. 20, D.P.R. n. 131 del 1986, in tema di registro).

 

Il c. 1 della nuova disposizione individua le operazioni abusive, quelle cioè (a) prive di sostanza economica, e (b) che realizzano essenzialmente vantaggi fiscali indebiti. Il successivo c. 2 esplicita i due concetti, sistematizzando le definizioni già emerse in ambito giurisprudenziale: (a) operazioni prive di sostanza economica sono “i fatti, gli atti e i contratti, anche tra loro collegati, inidonei a produrre effetti significativi diversi dai vantaggi fiscali. Sono indici di mancanza di sostanza economica… la non coerenza della qualificazione delle singole operazioni con il fondamento giuridico del loro insieme e la non conformità dell’utilizzo degli strumenti giuridici a normali logiche di mercato”; (b)  sono “vantaggi fiscali indebiti i benefici, anche non immediati, realizzati in contrasto con le finalità delle norme fiscali o con i principi dell'ordinamento tributario”.

 

Il riferimento alle “logiche di mercato”, piuttosto che alle “valide ragioni economiche” di cui all’ora abrogato art. 37-bis, “sembra… [voler] espungere dalle operazioni abusive sempre e comunque quelle perlequalièindividuabileun – seppur minimo, ma, comunque, quantificabile – vantaggio economico, cosìché il termine «ragioni», dotato…diunamaggiore astrattezza, è utilizzato solo in seconda battuta, per individuare l’esimente delle «ragioni extrafiscali non marginali»” (Leo, in Fisco, 2015, 10, 915). Esimente, quest’ultima, assai opportuna, laddove si consideri che, in passato, “in più occasioni… la giurisprudenza ha ritenuto che anche operazioni connotate da valide ragioni economiche potessero ritenersi elusive o abusive in ragione del percorso prescelto dal contribuente per realizzare il risultato” (Manzitti e Fanni, in Corriere Tributario, 21, 2015, 1597).

 

Altri Autori (Carinci e Deotto, in Fisco, 2015, 32-33, 3107) hanno invece evidenziato la mancanza di innovatività della definizione: già la “relazione di accompagnamento” all’art. 37-bis definiva infatti “lecito risparmio tributario” quello che “si verifica quando tra vari comportamenti, posti dal sistema fiscale su un piano di pari dignità, il contribuente adotta quello fiscalmente meno oneroso”, chiarendo che “non c’è aggiramento fintanto che il contribuente si limita a scegliere tra due alternative che in modo strutturale e fisiologico l’ordinamento gli mette a disposizione”. Nel nuovo assetto normativo, molto giustamente, queste considerazioni sono però esplicitate nel comma 4, vincolando l’interprete in modo assai più convincente.

 

I cc. da 6 a 9 riguardano il procedimento di contestazione dell’abuso del diritto (assai simile a quello già previsto dall’art. 37-bis), sia ribadendo i principi della motivazione dell’atto e del contraddittorio, sia indicando la ripartizione dell’onere della prova. Spetta al contribuente dimostrare le “valide ragioni extra-fiscali”dellacondotta,mal’eventuale assenzadi queste non qualifica in sé un’operazione come immediatamente abusiva (Carinci e Deotto, in Fisco, 2015, 32-33, 3107): è posto infatti in capo all’Agenzia un onere significativo, che è quello della produzione di un atto autonomo e motivato (impugnabile: Lamedica, in Corriere Tributario, 30, 2015, 2373) che dimostri “la sussistenza della condotta abusiva”. Non solo: la disposizione – in contrasto con l’attuale orientamento dominante in giurisprudenza – impone per tabulas la non rilevabilità di ufficio dell’eventuale abuso.

 

Molto interessante anche il comma 13, ai sensi del quale “le operazioni abusive non danno luogo a fatti punibili ai sensi delle leggi penali tributarie. Resta [tuttavia] ferma l’applicazione delle sanzioni amministrative tributarie”. L’indirizzo giurisprudenziale che concludeva per la rilevanza penale dell’elusione fiscale viene così senz’altro meno. Di contro, lascia perplessa la precisazione in merito alla sanzionabilità amministrativa dell’abuso: se ciò si pone infatti in linea con la giurisprudenza interna (Cass., 18/9/2015, n. 18354), risulta invece in contrasto con la giurisprudenza comunitaria, a partire dalla sopra citata sentenza Halifax (v. Carinci, in Dir. e prat. tributaria, 2012, I, 785).

 

Retroattività o irretroattività dell’art. 10-bis, L. n. 212 del 2000.

 

La declaratoria di non punibilità penale dell’abuso del diritto apre una questione importante in ordine alla eventuale retroattività della disposizione, in particolare alla luce del c. 5, ai sensi del quale: “le disposizioni… hanno efficacia a decorrere dal primo giorno del mese successivo alla data di entrata in vigore del… decreto [1° ottobre 2015: N.d.R.]…”.

 

Dal punto di vista degli effetti fiscali e delle sanzioni amministrative.

 

Come detto, infatti, la maggior parte dell’art. 10-bis si limita a riprendere, chiarire e sistematizzare una serie di principi di diritto enucleati dalla giurisprudenza italiana e comunitaria. La Suprema Corte, anzi, ha parlato dell’“abuso del diritto” come di un “principio immanente all’ordinamento”, qualificando implicitamente le proprie pronunce come “meramente ricognitive” del diritto vivente.

 

Così argomentando, anche l’art. 10-bis, nel suo complesso, avrebbe portata non già innovativa, ma interpretativa. Si potrebbe dunque concludere (ItaliaOggi, 28 settembre 2015, pag. 6) “che non solo l'istituto dell'abuso del diritto, ma anche il correlato obbligo di contraddittorio e il principio del legittimo risparmio di imposta appaiono applicabili a prescindere dalla scansione temporale fornita dal testo normativo”. Sulla stessa linea si pongono anche Carinci e Deotto, cit., i quali – come detto – appunto insistono molto sulla scarsa innovatività, a loro giudizio, della disposizione.

 

Per altra via (contrastante però con la Cassazione) CTR di Bologna n. 933/16/15 ha negato in radice la diretta applicabilità nell’ordinamento dell’art. 53, Cost., che sarebbe “norma programmatica” posta a vincolo del comportamento del legislatore e non anche del contribuente.

 

Dal punto di vista degli effetti penali.

 

Ai sensi dell’art. 2, c.p., “nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato. [Tuttavia], se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse [cioè: se non c'è stata abrogazione della fattispecie criminosa, ma solo una modifica della stessa: N.d.R.], si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile”.

 

Il tenore letterale dell’art. 10-bis, c. 13, dello Statuto del contribuente e l’abrogazione espressa dell’art. 37-bis, D.P.R. n. 600 del 1973, non lasciano adito a dubbi nel senso di dire che il legislatore ha voluto “depenalizzare” l’abuso del diritto. Tuttavia, la depenalizzazione passa dall’abrogazione non di una norma incriminatrice penale, bensì di una norma extra-penale, integratrice della fattispecie criminosa (l’art. 37-bis).

 

Parte della dottrina ha ritenuto che il rispetto dei princìpi costituzionali impone di ritenere che “nella disciplina della successione di norme penali è attratta anche la successione delle norme extra-penali in esse richiamate” (Fiandaca, Musco, Padovani), mentre secondo altra parte l’art. 2 non troverebbe applicazione in caso di modifica mediata della norma penale incriminatrice (Grosso, Mantovani). La giurisprudenza sulla questione è però per lo più nel senso dell’applicabilità dell’art. 2, c. 2, c.p. anche alla successione di norme extra-penali (v. p.e. Trib. Aquila, 30/01/2008).

 

Pare dunque potersi concludere che l’abrogazione dell'art. 37-bis, unitamente alla declaratoria di non punibilità contenuta nell'art. 10-bis, facciano propendere per un mutamento complessivo dell'assetto giuridico in tema di “abuso del diritto” e, dunque, per l’applicabilità dell’art. 2, c. 2, c.p..


Luca Fantuzzi


leggi gli altri post



0 Commenti

lun

21

set

2015

Il concordato preventivo dopo la riforma (d.l. 83/2015)

Il concordato preventivo dopo la riforma (d.l. 83/2015)

Il testo, con FORMULARIO e GIURISPRUDENZA, è aggiornato al D.L. 27 giugno 2015 n. 83 convertito con modifiche in L. 6 agosto n. 132 (G.U. n. 192 del 20/08/2015) che consente anche ai creditori di proporre un piano alternativo a quello del debitore, e permette l’accesso al credito alle imprese già durante la fase di pre-concordato.

Il libro si presenta come uno strumento agile e completo per i professionisti che affrontano le problematiche attinenti alla crisi d’impresa e hanno l’incarico di trovare una soluzione per uscirne senza fallire.

Fornisce una guida sui numerosi passaggi della procedura, rappresentando quindi uno strumento utile per tutti i soggetti coinvolti nel concordato preventivo.

Arricchito da una rassegna di giurisprudenza sul tema e da un esaustivo formulario vuole essere uno strumento di taglio operativo per il professionista.

 

Il Cd-Rom allegato contiene la GIURISPRUDENZA e il FORMULARIO compilabile e stampabile.


se vuoi saperne di più


leggi gli altri post

0 Commenti

lun

21

set

2015

Scrivere diritto è in cerca d’autore!

Scrivere diritto è in cerca d’autore!

Il nostro blog ha ormai raggiunto una certa consistenza di lettori, anche grazie alla newsletter, ed ha consolidato una certa linea editoriale, che incontra il favore di molti “naviganti”, ma non possiamo fare tutto da soli. Per questo motivo lanciamo una campagna di reclutamento autori rivolta a tutti i lettori, professionisti e non, che vogliano condividere con noi le loro idee in merito al diritto. A tal proposito accettiamo articoli su diritto, società e comunicazione, se siete a corto di idee ripassate i nostri vecchi post sulla comunicazione e sulla tecnica di scrittura di articoli giuridici.

PERCHE’ DOVRESTE  SCRIVERE SUL NOSTRO BLOG?

Perché ogni articolo pubblicato riporterà la vostra firma, che potrà essere un link al vostro sito professionale, al vostro profilo social o alla vostra mail, così da avere un ovvio ritorno di immagine, che sarà moltiplicato se seguirete i nostri consigli su come ottenere una maggior visualizzazione dell’articolo.

Seguite questa semplice procedura:

1) rivedete i titoli dei nostri post, per avere un’idea della nostra linea editoriale; se necessario, ripassate i post dedicati alla comunicazione tecnico-giuridica;

2) scrivete il vostro articolo firmato (commento a sentenza, a legge, a notizie di cronaca giudiziaria etc. etc.)

3) inviatelo a giovanni.chiricosta@virgilio.it, insieme ad un link al quale volete essere collegati

In caso di accettazione, vi daremo conferma dell’avvenuta pubblicazione via e-mail .

Fatevi sentire!


leggi gli altri post

 

mar

15

lug

2014

Un dress code per gli avvocati?

In questi giorni di caldo soffocante chiacchierando tra colleghi è emerso un argomento leggero, ma che assume rilevanza ogni mattina prima di andare al lavoro: cosa mi metto? Detto in altre parole, l’abito fa l’avvocato? Il problema non è di poco conto come si potrebbe pensare a prima vista, perché anche l’abbigliamento e l’apparenza esteriore fanno parte dell’immagine professionale che diamo all’esterno, senza contare dell’importanza della prima impressione quando conosciamo un nuovo cliente.

 

Parlare di un vero e proprio codice d’abbigliamento per avvocati sarebbe inappropriato, anche perché non ci sono regole precise, ma qualche indicazione è d’obbligo, specie per chi si affaccia adesso a questo mondo. Se andate in udienza, giacca e cravatta per lui e giacca formale/tailleur per lei sono praticamente d’obbligo. Non deve essere necessariamente scuro (è un po’ strano vestirsi di nero alle 8 di mattina…), ma non è neanche sbagliato. Meglio evitare scarpe troppo eleganti (scomode per passarci qualche ora in udienza), ma comunque formali. Assolutamente vietati jeans e scarpe da ginnastica, anche se fuori ci sono 40 gradi. Naturalmente abbiate cura del vostro aspetto sotto tutti i punti di vista: barba e capelli per lui e trucco/parrucco per lei dovranno essere in ordine, ma senza eccessi. Vietato invece il profumo: sgradito nelle stanze piccole e affollate, e poi il giudice va solo convinto, non sedotto. Se volete creare un vostro stile personale sbizzarritevi pure negli accessori: cravatte, foulard, orologi, borse, penne strategicamente visibili dal taschino, agende in pelle etc. etc. A questo scopo non sottovalutate gli aggeggi elettronici: anche cellulari/tablet etc., volente o nolente, fanno parte della vostra immagine. Avete un cellulare decisamente datato? Mettetelo dentro una bella custodia in pelle, e usate  l’auricolare: passerete da uno che non si tiene al passo con la tecnologia ad un professionista impegnato (pensate a chi negli anni ’80 andava in giro con le prime agende elettroniche).

 

A volte si intravedono tra i corridoi dei loschi figuri, vestiti decisamente male, che svolgono la nostra professione. Tempo fa, spinto dalla curiosità, ho parlato con uno di essi, e mi ha spiegato che si occupava specialmente della difesa dei più deboli, (gratuito patrocinio in civile e penale, non abbienti, senza domicilio fisso etc., quindi una funzione sociale essenziale e degna di lode), per cui quel look era voluto e studiato per abbattere la distanza tra l’avvocato e il cliente in modo da superare la diffidenza che un’immagine troppo formale potrebbe provocare. Personalmente non condivido questa impostazione (seppur sensata), anche perché il cliente ha bisogno di essere difeso in tribunale da un avvocato, non da un suo pari (non si offenda nessuno, mutuo l’espressione dall’ordinamento anglosassone, come criterio di scelta dei giurati…).  E comunque una scelta “sotto tono” potrebbe avere un senso nel colloquio con il cliente, ma potrebbe rivelarsi inutile e controproducente in udienza davanti al giudice.

 

 

Quando non si è in udienza ma con clienti, colleghi o semplicemente in studio da soli valgono le stesse regole, magari allentate un po’ (io faccio volentieri a meno della cravatta), per il rispetto di voi stessi e delle persone con cui lavorate. E fuori dall’orario di lavoro? Dipende come intendete la professione: fate l’avvocato o siete un avvocato? Se siete un avvocato, allora ricordate che voi rappresentate il vostro studio e la vostra professione sempre, e non a caso anche il codice deontologico impone di ispirare la propria condotta (non il proprio lavoro, ma la condotta di vita) a criteri di probità, dignità e decoro, che certamente ricomprendono anche la cura di sè e della propria immagine: del resto se voi per primi non vi prendete sul serio, non lo faranno neanche gli altri.

 

Voi che ne pensate?

 

 

leggi gli altri post

3 Commenti

mer

02

lug

2014

Costruirsi una reputazione on-line 4. Crea il tuo blog

Un blog non è altro che uno spazio in cui inserire contenuti (prevalentemente) testuali, che possono anche essere commentati dagli utenti. Per uno studio legale potrebbe essere uno strumento utile per farsi conoscere dai clienti e dai colleghi, per condividere informazioni etc. Prima di spiegarvi come crearne uno, è meglio che abbiate chiaro cosa scrivere nel blog. Normalmente il blog di un avvocato comprende notizie legali dal mondo del diritto, novità giuridiche, commenti a ultime sentenze interessanti, notizie utili e consigli legali etc. Il tono della scrittura dovrà essere leggero e scorrevole, e il più possibile atecnico: dovrà dimostrare che sapete di cosa state parlando, ma dovrà essere leggibile da chiunque. Il blog potrebbe anche essere lo spazio per vostre considerazioni personali su società, economia etc., ma se il vostro scopo è fare marketing vi sconsiglio di scendere troppo sul personale, e in generale di parlare di politica o di avere toni troppo accesi (verreste commentati dai troll, cioè quelli che si divertono ad offendere gratuitamente, una pessima immagine, anche se per questi c’è una soluzione tecnica, come vedremo).

 

Se avete intenzione di proseguire per questa strada sappiate che dovrete coltivarla: avere un blog con quattro o cinque post, magari vecchi di sei mesi, non solo è inutile ma anche dannoso, prova che non siete in grado di portare avanti un progetto a lungo termine. L’idea di fondo è di postare un nuovo contenuto almeno ogni due settimane (non seguite l’esempio del sottoscritto). Qualche consiglio per i futuri scrittori: il post ideale deve essere agile e brillante, facile e veloce da leggere, anche per gli occhi: dividete il testo in brevi paragrafi, separati tra loro; evidenziate le parole chiave, non solo per facilitare la lettura, ma anche per renderli più visibili ai “robot” dei motori di ricerca e farli trovare più facilmente. se citate un sito, una sentenza o una nuova legge, indicate anche il link diretto alla fonte, per rendere il testo più interattivo; arricchite il post con un’immagine esplicativa: un’immagine vale più di mille parole. A tal proposito non scrivete mille parole, ma attenetevi a testi brevi: quante volte vi siete stufati prima di arrivare in fondo ad un’articolo?

 

Pubblicato il vostro post, fatelo circolare con ogni mezzo. Innanzitutto inserite in fondo all’articolo un tasto “condividi per permettere al lettore che abbia apprezzato di condividerlo con i proprio contatti, quindi fatelo voi stessi: condividete il vostro articolo sui vostri profili facebook, LinkedIn, Google+ etc, più ce n’è meglio è. Se poi volete fare ancora di più potete diffondere il contenuto del vostro blog attraverso una mailing list periodica (ma di questo parleremo in un post successivo). Mi raccomando di non condividere l’intero articolo, ma solo il link: così facendo chi vuole leggere l’articolo dovrà necessariamente andare sul vostro blog, facendo salire il contatore delle visite. Fondamentali sono anche i commenti. Mettete sempre la possibilità di inserire commenti pubblici, ma riservatevi la possibilità di cancellarli o almeno controllarli prima della pubblicazione, qualcuno potrebbe inserire commenti offensivi o sgraditi.

 

Se avete già un sito il blog dovrebbe esserne una pagina o avere un sito tutto suo? Anche questa è una scelta strategica che dovreste fare prima. Se il vostro scopo è solo farvi pubblicità è chiaro che dovrebbe essere una pagina del vostro sito, proprio allo scopo di attirare visitatori. Se invece avete sempre sognato di scrivere, e accarezzate l’idea di diventare pubblicista e magari fondare una rivista tutta vostra allora fatene un sito a parte (purché mettiate un link al vostro sito professionale, magari come firma ad ogni articolo).

 

Chiarito il progetto, come creare un blog (magari gratis)? Lo strumento più comune è wordPress, che vi consente gratuitamente di aprire un blog come “ospiti” del loro server, oppure (a pagamento) di inserire un blog nel sito già di vostra proprietà. Inoltre la maggior parte dei servizi per creare siti personalizzati hanno l’opzione per creare anche un blog, e sono tutti user-friendly, ossia anche per digiuni di web design.

 

 

leggi gli altri post

0 Commenti

gio

27

mar

2014

Costruirsi una reputazione on-line 3. I social network

Oggi i social network sono diffusissimi, e praticamente tutti hanno almeno un profilo “social”, e molti più di uno. Pochi però hanno colto l’opportunità di sfruttare i social network come strumento di marketing professionale.

 

Innanzitutto due parole sui social network in genere, che, per chi ancora non lo sapesse, sono piattaforme virtuali che permettono di incontrare e conoscere altre persone attraverso profili virtuali. Il più famoso è certamente Facebook, nato per rimettere in contatto i vecchi compagni di scuola, e diventato … tante altre cose. Un altro famoso social network è certamente Linkedin, particolarmente indicato per i professionisti perché incentrato proprio sulla necessità di costruire reti di contatti tra professionisti di un certo settore. Peraltro ho già scritto sul migliore utilizzo di Linkedin un lungo post, al quale rinvio caldamente: linkedin per avvocati.

 

Se volete utilizzare un social network (Facebook o il vostro preferito) come strumento di marketing, dovete partire con questa impostazione da zero, ossia dalla creazione del profilo. Già il nome deve indicare che si tratta di un profilo professionale: “Mario Rossi” non va per niente bene, e neanche “Avv. Mario Rossi”, meglio “Studio Legale Mario Rossi”, così eviterete contatti di persone che vogliono fare amicizia (per quello ci sono altri siti), concentrandovi sui contatti che vogliono da voi un consiglio, un rapporto di colleganza etc… Meglio pochi contatti qualificati che migliaia di inutili (ai nostri fini) sconosciuti.

 

 

Il profilo deve essere molto ricco, deve trattarsi di un mini-sito, con tutti i contatti necessari (non siate timidi!), un curriculum completo, delle foto professionali etc. Se il programma contiene un contatore di “completezza” del profilo, cercate di arrivare al 100%.

 

A proposito di foto professionali, la distinzione è ovvia: in giacca alla scrivania del vostro studio sì, in costume sulla spiaggia assolutamente no! Vanno di moda anche immagini standard anonime, come un logo o la classica bilancia col martelletto, anche se molti possibili clienti on-line preferiscono vedere in faccia le persone con cui avranno a che fare, e comunque sono scelte di stile (e molto dipende anche dal vostro aspetto: se proprio siete inguardabili, ripiegate su un’immagine neutra).

 

 

Costruito il vostro profilo, fate crescere la vostra rete e fatevi notare. Chiedete il contatto (o l’amicizia etc.) a colleghi di altre zone, soprattutto a chi ha già numerosi contatti ai quali presentarvi. Intervenite spesso nei forum di discussione, con argomenti mirati e studiati, create delle vostre discussioni, pubblicate le vostre opinioni (professionali e sempre di argomento giuridico), fatevi sentire. Ricordate che anche se il profilo è virtuale la vostra immagine sul web conta più della reputazione reale, per cui state sempre molto attenti a quello che scrivete; per questi motivi personalmente sconsiglio di esprimere opinioni politiche, almeno sui vostri profili professionali: ricordatevi sempre e costantemente che il vostro scopo è costruire una reputazione che attiri clienti, non che li allontani, questa deve essere la vostra linea guida sempre.

 

Abbiamo detto che è meglio una rete di pochi contatti qualificati che di molti generici, ma è meglio ancora una rete di tanti contatti qualificati, magari tantissimi. Che senso ha cercare di ottenere grandi numeri dalla propria rete? Per tre motivi: 1) i grandi numeri aumentano le probabilità di un contatto professionale “serio”; 2) un profilo con moltissimi contatti risulta carismatico, suscita la curiosità di sapere perché ci sono così tanti contatti, e per questi motivi il software che gestisce il vostro social network mette i profili più quotati in cima nei motori di ricerca; 3) se volete fare un passo ulteriore nel marketing on line, potrete sfruttare la vostra rete con una mailing list!

Ma di questo parleremo in un altro post…

 

 

leggi gli altri post

0 Commenti

mar

25

feb

2014

Una soluzione al sovraindebitamento delle famiglie

 

   E’ cosa nota che il fallimento (in senso lato) di un’azienda comporta una procedura particolare (il fallimento in senso proprio). Esiste però un sovraindebitamento anche a livello individuale o familiare che, sulla scorta di analoga legislazione statunitense (il cd. “Chapter 5”), ha creato i presupposti per l'introduzione della Legge 27/01/2012 n.3, modificata con il D.L. 18/10/2012 n. 179, denominata  Legge sulla Composizione della Crisi da Sovraindebitamento. Un vero e proprio piano del consumatore che rappresenta un valido strumento per aiutare le famiglie (o i singoli consumatori) che si trovano in particolare difficoltà.

 

 

   La procedura base è la seguente:

- il piano di ristrutturazione del debito viene prima vagliato dal Giudice assegnatario, e in seguito presentato ai creditori.

- Il piano di esdebitazione viene approvato con il consenso dei creditori che rappresentano il 60% del debito complessivo.

- Il piano viene predisposto da un professionista, presentato al Giudice il quale fisserà un'udienza dove i creditori potranno partecipare per fa valere osservazioni in merito. Se i creditori, approveranno il piano con la maggioranza prima indicata, il Giudice omologherà l'accordo, di conseguenza tutte le procedure esecutive verranno sospese e il debitore potrà tirare un sospiro di sollievo. Sarà in futuro possibile modificare l'accordo ove dovessero cambiare le condizioni economiche del debitore.


   Per ottenere l’omologazione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti, cioè l’approvazione da parte del Tribunale, divenendo lo stesso obbligatorio tra le parti, è necessario come accennato che siano d’accordo i creditori rappresentanti almeno il 60% per cento dei crediti. Il consenso del 60% dei creditori non è invece richiesto per l’omologazione del piano dei creditori, ma in questo caso il Tribunale ha dei poteri di controllo stringenti tra cui deve:
1) escludere che il consumatore ha assunto debiti senza la ragionevole prospettiva di poterli adempiere;
2) escludere che il consumatore ha per propria colpa determinato il sovraindebitamento, anche attraverso un ricorso al credito non proporzionato alle proprie capacità patrimoniali.

 

  Per fare un esempio concreto e reale, a  Pistoia una consumatrice, pensionata, si è  sovraindebitata per aiutare il figlio che, ammalatosi improvvisamente, non è più stato in grado di portare avanti la propria azienda e di provvedere al sostentamento della figlia. Con l’aiuto del Movimento Difesa del Cittadino (che ha istituito lo sportello pilota sul sovraindebitamento delle famiglie) la signora ha presentato al Tribunale di Pistoia l’istanza per dare avvio alla procedura di sovraindebitamento, prevista dalla recentissima legge 3/12, entrata in vigore nel 2013, che ha introdotto nel nostro ordinamento le procedure per la crisi dei soggetti “non fallibili”, ovvero i soggetti che non soddisfano i requisiti previsti dalla Legge Fallimentare per il ricorso alla procedure da questa disciplinate. Tra questi soggetti “non fallibili” rientra appunto il consumatore, per il quale è stato predisposto un piano di ristrutturazione ad hoc dei debiti.

 

 La pensionata ha potuto così presentare al Tribunale un piano di ristrutturazione dei debiti, commisurato alla sua situazione attuale. Un piano, omologato dai giudici, che prevede ora lo stralcio di circa il 50% dell’indebitamento ed il pagamento del residuo 50% in 90 rate mensili (dunque con una dilazione di 7 anni e mezzo), somma che è stata calcolata, detraendo dalla pensione, le spese mensili necessarie per il sostentamento del nucleo familiare. Le risorse monetarie per pagare i creditori, pur non essendo oggi disponibili, saranno ottenute anche rientrando in possesso del quinto della pensione già ceduto ad una finanziaria.

 

 

 

leggi gli altri post

 

1 Commenti

mer

12

feb

2014

Costruirsi una reputazione on-line 2. Il sito web e la SEO

   Oggi per un professionista avere un proprio sito web, che siate esperti o totalmente analfabeti di computer, non è più un’opzione, ma è quasi obbligatorio. E’ pur vero che oggi i più esperti prevedono che i “siti” veri e propri  passeranno di moda a favore dei profili “social”, ma finora il sito internet è ancora il fulcro dell’immagine sul web, specie di chi possiede una partita IVA. Anche solo per una questione di immagine, il consumatore medio (compreso l’eventuale cliente) si aspetta che tutto abbia un proprio sito internet. A proposito del farsi il proprio sito esistono due scuole di pensiero, ben definite.

 

   C’è chi crede che il proprio target di clientela non lo troverà mai attraverso un sito web, e casomai lo fa solo, per l’appunto, per questione d’immagine (giusto per averlo), e per costoro andrà benissimo un tipico sito vetrina, con dati, indirizzo e telefono, magari un mini-curriculum e una bella foto, e via.

  

   Se questa è la vostra intenzione, allora per voi sarà più che sufficiente un sito gratuito creato da voi stessi. Come fare? Non voglio fare pubblicità a nessuno, basta cercare su qualunque motore di ricerca “crea sito gratis” e le offerte sono tantissime. In questi servizi sono sempre presenti dei modelli preimpostati, che potrete modificare a piacimento anche se non siete dei web master o anche se non ne capite proprio nulla di web design, tutti questi servizi sono decisamente “user friendly” (leggi: a prova d’imbecille) e basta dedicare una mezz’oretta di attenzione per avere il proprio sito-vetrina sul web (e sui biglietti da visita). Un sito che, così come l’avete fatto, non guarderà nessuno (poi non lamentatevi dicendo che i siti per professionisti non portano clientela). Perché?

 

   Per rispondere a questa domanda dovete prendere confidenza con il concetto di SEO, ossia Search Engine Optimization, ossia ottimizzazione per i motori di ricerca. Ci sono ottimi e-book gratuiti per spiegare come funziona, ma vi faccio subito un esempio.

 

 

   Mettiamo che avete appena creato il vostro bel sito-vetrina gratis, e fate finta di dimenticarne l’indirizzo esatto; immedesimatevi nei panni di un cliente che vi sta cercando, e digitate su Google “cerca avvocati a …”. Il vostro sito è al primo posto? All’ultimo posto della prima pagina? Tra le prime dieci pagine? Non compare proprio? Questo succede perché avete fatto un sito senza rispettare i criteri di SEO. Ce ne sono parecchi, ricordo i principali:

 

   Essere “proprietari” del sito. In effetti non si diventa mai proprietari, al più titolari del sito, ma nei siti gratuiti il proprietario resta sempre il sito che vi ospita, di cui il vostro sito è solo un sotto-sito. Per i siti a pagamento, invece, il titolare deve pagare una piccola quota annuale ad un apposito registro web (normalmente se ne occupano le stesse persone che vi hanno creato il sito a pagamento, ed è incluso nel costo).

 

   Segnalare il sito a Google, gli altri motori di ricerca seguiranno. E’ semplicissimo, basta andare su http://www.google.it/add_url.html e seguire le istruzioni, ma non aspettatevi risultati immediati.

 

   Mettere link esterni che conducano al vostro sito. Mettete il link del vostro sito (non l’indirizzo: il link) ovunque, nei vostri profili social e in quelli dei vostri amici, in fondo a tutte le vostre mail, come firma dei vostri articoli, negli sms che mandate etc. etc., oltre che sulla carta intestata e sui biglietti da visita.

 

   Arricchite il vostro sito periodicamente. Questo è uno dei criteri principali, e anche il motivo per cui il classico sito-vetrina non può funzionare. Ma, direte voi, cosa mettere nel sito? Una volta messi i dati, con curriculum, foto, magari una mappa per raggiungere lo studio che altro aggiungere? Sforzatevi di essere più creativi, e aggiungete anche un blog (ne parleremo in un prossimo post), delle notizie giuridiche aggiornate, degli strumenti utili e quant’altro. Se proprio siete carenti di idee, date un’occhiata approfondita al sito che state leggendo adesso e vi farete un’idea.

 

   Aggiungete al sito le giuste parole chiave. Cosa dovrebbe digitare un ipotetico cliente per trovare il vostro sito? Certamente “avvocato”, “studio legale” e la vostra città, ma anche mettere le vostre specializzazioni potrebbe essere una buona idea. E non dimenticatevi il vostro nome!

 

   Diffondete e fate diffondere il link. Inserite nella home page del vostro sito quelle piccole icone che servono a condividere il sito con i propri contatti e-mail, i propri amici su Facebook, i contatti su LinkedIn etc. segnalatelo più che potete sui vostri profili, ma non è sufficiente; meglio ancora se lo fate segnalare ad altri, parenti, amici e clienti fidati: è così che un sito diventa “virale”.

 

   Controllate le visite del vostro sito. Questa è un’opzione normalmente riservata ai siti a pagamento, ma per voi preziosissima, renderà ogni centesimo speso. Con strumenti appositi potete sapere non soltanto quanti visitatori hanno visto il vostro sito, ma anche quando, per quanto tempo, su quali pagine, quali parole-chiave hanno usato per trovarvi, e persino dove si trovano (con approssimazione regionale, non prendetela alla lettera), tutte informazioni che utilizzerete per migliorare via via il vostro sito.

 

   Perché tutta questa fatica? Perché man mano i vostri contatti saliranno, il vostro sito riceverà molte visite, i motori di ricerca se ne accorgeranno e, magicamente, un giorno quando qualcuno cercherà un legale nella vostra città al primo posto troverà voi. Non è detto che poi questo si trasformerà in un incarico o meno, e se varrà la pena spendere denaro, tempo e impegno per questo risultato, questa è una scelta vostra.

 

 

leggi gli altri post

0 Commenti

mar

07

gen

2014

A chi va affidato il cane in caso di separazione?

  Il Tribunale di Milano si è di recente occupato (Trib. Milano, IX sez. civ., 17/6/2013, leggi la sentenza ) di un caso talmente frequente nella pratica che mi stupisco non vi sia più giurisprudenza al riguardo, ossia l’affido dell’animale di famiglia (cane, gatto o altro che sia) in caso di separazione dei coniugi.

 

  Ad un civilista duro e puro parrebbe ovvia la soluzione di seguire il regime economico dell’animale inteso come res, per cui l’animale andrebbe al proprietario, come risultante dai registri dell’anagrafe canina. L’ovvia contestazione è, innanzitutto, che anche a voler seguire questo criterio l’iscrizione all’anagrafe canina non è in alcun modo equiparabile all’iscrizione di un veicolo al PRA, per cui chi risulta “proprietario” dell’animale dai registri dell’ASL veterinaria non necessariamente lo è anche dal punto di vista civilistico, perché l’anagrafe canina ha principalmente lo scopo di quantificare la popolazione canina e di individuare un essere umano responsabile in caso di danni. In altri –tristi- casi l’iscrizione all’anagrafe canina è stata utilizzata dagli ufficiali giudiziari per pignorare (ebbene sì!) l’animale al debitore, specie se di razza (l’animale, non il debitore…).

 

  Chi possiede un cane sa bene che più che il “titolare” del cane conta il padrone, concetto che non deriva dal diritto civile, ma dall’etologia, ossia il soggetto che il cane riconosce come proprio padrone, e che potrebbe anche non coincidere con il proprietario.

 

  Quanto a chi affidare il cane in caso di separazione, la sentenza succitata ha glissato sul punto, affermando che il giudice, statuendo sulla separazione, ha solo i poteri espressamente indicati dalla legge, che tace su animali e affini.

 

  In casi più risalenti il giudice ha trovato una collocazione per Fido, ma in quei casi i coniugi si erano già accordati in separata sede, e il giudice ha soltanto vidimato l’accordo.

 

  In proposito non pare così fantasiosa la proposta di legge dell’On. Brambilla, nota “pasionaria” animalista, secondo cui "il tribunale, in mancanza di un accordo tra le parti, a prescindere dal regime di separazione o di comunione dei beni e a quanto risultante dai documenti anagrafici dell'animale, sentiti i coniugi, la prole, se presente, e, se del caso, esperti del comportamento animale, attribuisce l'affido esclusivo o condiviso dell'animale alla parte in grado di garantirne il maggior benessere".

In caso di affido condiviso, salvo diversi accordi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei detentori provvede al mantenimento dell'animale da compagnia in misura proporzionale al proprio reddito. In caso di affido esclusivo il mantenimento è a carico del detentore affidatario (leggi il testo).

 

 

  Personalmente non mi ritengo un animalista sfegatato come l’On. Brambilla, ma piuttosto un’umanista, convinto che l’uomo, la dignità umana e i diritti umani debbano essere il punto di partenza e di arrivo di qualunque discorso di diritto positivo; ma ritengo anche che il rispetto -se non l’amore- per gli animali sia una delle più elevate manifestazioni di umanità. Il progetto di legge, più che mirare ad equiparare gli animali domestici ai figli (cosa che peraltro milioni di persone nelle loro case già fanno) è un’idea per risolvere un frequente problema pratico a cui il nostro ordinamento non offre risposte.

 

 

 

leggi gli altri post

 

 

 

1 Commenti

ven

06

dic

2013

Anche Mandela era un avvocato

   In questi giorni non si può non rendere omaggio a Nelson Mandela, il grande uomo politico, statista e premio Nobel per la pace scomparso ieri sera.

 

   Non intendo dilungarmi su vicende già note ed entrate nella storia, dato che Mandela era ormai diventato una leggenda già prima di morire. Un aspetto che invece è stato di solito trascurato è che Mandela,  prima di essere arrestato per crimini politici, era un avvocato. E proprio come avvocato cominciò la sua lunga carriera nella difesa dei diritti civili e politici dei più deboli anche nelle aule di tribunale, fondando uno studio legale incentrato sul gratuito patrocinio e sulla difesa dei più deboli.

 

   Non è un caso che un eroe come Nelson Mandela, che aveva scritto nel DNA l’amore per i diritti, la giustizia e per le persone avesse scelto lo studio della giurisprudenza e poi la carriera di avvocato, come trampolino di lancio per altri e più elevati traguardi. E che non sia un caso lo prova il parallelismo perfetto con la vita di Gandhi, altro grandissimo personaggio storico e candidato Nobel per la pace, anch’egli avvocato, tanto da essere adottato qualche anno fa come testimonial involontario in una campagna d’immagine del CNF. E come anche l'Avv. Peter Benenson, che per chi non lo sapesse è stato il fondatore di Amnesty International.

 

   Personalmente ritengo che questi nomi dovrebbero avere più luce anche presso le nostre scuole di avvocatura, quale esempio di mete ideali cui può portare l’amore per i diritti. Quando si parla di avvocati famosi, viventi e non, ci riferiamo per lo più ad autori di manuali e di scuole di diritto (per i non viventi), oppure ad avvocati famosi per il loro fatturato, o peggio ancora perché compaiono spesso in tv.

 

 

   Forse la qualità della nostra classe forense deriva anche dagli individui che prendiamo a modello, e dal motivo per cui li prendiamo a modello. Non so voi, ma quando mi chiederanno il nome di qualche avvocato famoso, io farò i nomi di Gandhi e Mandela.

 

 

 

leggi gli altri post

 

 

 

 

0 Commenti

sab

09

nov

2013

Costruirsi una reputazione on-line 1. Le directory

   La reputazione è quello che pensano di noi gli altri; ciò presuppone che gli altri sappiano qualcosa di noi, altrimenti potremmo anche non avere alcuna reputazione, il che potrebbe anche essere peggio che avere una reputazione negativa. Mentre la reputazione nella vita reale è un affare vostro, costruirsi una solida reputazione professionale in rete è relativamente semplice, e richiede dei passi in sequenza e un po’ di tempo e cura, e non necessariamente delle spese (anzi di solito è tutto gratis).

 

   In questo e nei prossimi post illustrerò i passi da fare, tutti accomunati da queste caratteristiche:

 

      -in ogni iniziativa ci sono sempre alternative gratis o a pagamento, e non è detto che quelle a pagamento diano risultati migliori.

 

       -alcune operazioni on-line trovano un loro corrispettivo nella vita reale (come la costruzione di reti sociali), altre invece sono esclusivamente on line (come i siti internet veri e propri).

 

   Il primo passo da fare è inserire il proprio nome in una directory di professionisti.

 

   Che cosa è una directory? Per avere un esempio immediato basta pensare alle vecchie Pagine gialle (che tra l’altro esistono tutt’ora): un elenco di imprese, servizi e professionisti facilmente accessibile e consultabile dal potenziale cliente. La scelta oggi è vastissima, quale scegliere?

 

   Fate un piccolo esperimento: immergetevi nei panni di un possibile cliente alla ricerca di avvocati, e cercate un legale nella vostra città col vostro motore di ricerca (“cerca avvocato a …”). Troverete moltissimi annunci, in genere in cima troverete degli annunci pubblicitari veri e propri (come google ads), e subito sotto le varie “directory” (alcune generaliste, come pagine gialle,  virgilio aziende etc, altre specifiche per avvocati, come avvocati italia). Iscrivetevi a tutte quelle che volete (almeno a tutte quelle che si assicurano la prima pagine nel motore di ricerca), ma state attenti a due dati.

 

  Ogni elenco offre la possibilità di scegliere tra un profilo “base”, completamente gratuito, e un profilo “premium”, su abbonamento (nell’ordine di 40-80 euro annui, per capirci). In teoria garantiscono che i profili a pagamento avranno una visibilità maggiore rispetto quelli a pagamento, ma in pratica la differenza non è così netta, perché potete ottenere una visibilità da “premium” anche con un profilo base, se continuate a leggere, e soprattutto perché lo scopo delle aziende che vendono profili non è quello di massimizzare il vostro profitto, ma di massimizzare il loro. Ciò vuol dire che se nella loro directory hanno già venduto nella vostra stessa zona 100 profili, non hanno motivi per negare l’iscrizione al profilo n° 101 (il vostro), il che vuol dire che avete comunque tantissimi concorrenti, per cui forse non vale la pena pagare un profilo apposito. Alcune aziende, proprio per evitare questo, garantiscono un numero massimo di professionisti per zona, ma si tratta piuttosto di convenzioni che di directory, per cui non andiamo fuori tema.

 

  Come ottenere da un profilo base una visibilità da premium?

 

   Innanzitutto costruendo un ottimo profilo; quasi tutti i servizi hanno una piccola app che vi mostra la percentuale di completamento del profilo: il vostro obiettivo è ottenere sempre il 100%.

 

   Riempite sempre tutti i campi, con foto, dati personali, descrizione del vostro lavoro, mappa dello studio, tariffe etc. questo non è il momento di pensare alla privacy: il vostro obiettivo è proprio farvi conoscere, non siate timidi.

 

   Ottenere il 100% non è importante tanto per mostrare il maggior numero di informazioni al cliente, quanto per ottenere un miglior posizionamento nei profili mostrati a chi cerca un avvocato. In altre parole, quando qualcuno nella directory da voi scelta cerca un avvocato nella vostra città, uno dei criteri utilizzati dal sito per scegliere i primi cinque profili da mostrare è proprio la completezza del profilo (anche se non è il criterio più importante).

 

   Un’altra app molto comune è il contatore di visualizzazioni, visite e contatti, molto utile perché vi consente di avere un feedback del vostro profilo (e se lo avete pagato, vi mostrerà se ne è valsa la pena). Si tratta di tre valori diversi, in particolare: a) le “visualizzazioni” sono le volte che il vostro nome è stato mostrato dal sito insieme a quello di tanti altri; b) le “visite” sono le volte che il cliente, tra i tanti profili indicati, ha cliccato proprio sul vostro nome; c) i “contatti” o anche “azioni” indicano che il vostro profilo lo ha convinto talmente tanto, che il possibile cliente ha cercato un contatto personale, “linkando” sul vostro sito o scrivendovi una mail. Complimenti!

 

   Alcuni siti consentono di avere una propria bacheca personale, dove poter aggiornare i clienti sulla novità dello studio (“da oggi anche gratuito patrocinio!”), ma soprattutto per far capire al motore di ricerca interna che “ci siete”, per cui fatevi vivi ogni tanto.

 

   Un'altra possibilità da sfruttare, presente in alcuni di questi servizi, è quella di consentire agli utenti di darvi una valutazione, un voto, o una vera e propria recensione. Inviate questa pagina in particolare ai vostri clienti, ai vostri colleghi, a tutti quelli che vi conoscono. Se occasionalmente fate delle piccole prestazioni gratuite (pareri e simili) chiedete in cambio una valutazione sulla vostra directory, non potranno rifiutarsi.

 

   Quasi tutte le directory, inoltre, comprendono un bottone “condividi”, per poter consigliare il vostro profilo su altri profili (Facebook, Linkedin, Twitter e quant’altro). Sfruttate più che potete questa possibilità, utilizzando innanzitutto i vostri contatti, e poi i contatti dei vostri contatti.

 

   Se seguite questi consigli (vi prenderà un po’ di tempo) il sito che ospita il vostro profilo vi terrà sempre in cima alle visualizzazioni, e avrete un sempre maggiore numero di visite (cosa che potrete controllare periodicamente), in pratica la rete cercherà e troverà clienti per voi. Benvenuti nell’era del marketing 2.0!

 

 

leggi gli altri post

 

 

0 Commenti

mar

22

ott

2013

Riforma avvocati. Una terza via tra resistere o soccombere

   Sulla carta la riforma dell’Ordinamento Forense (il cui Regio Decreto originale risaliva al lontano 1933, prima della Repubblica) è stata costruita ad un tavolo al quale erano seduti da un lato il Ministero della Giustizia, dall’altro il CNF e l’OUA, organi di raccordo dei singoli ordini e delle associazioni più rappresentative.

 

   Nonostante il formale accordo, mai riforma è stata così osteggiata dai suoi stessi creatori, sotto tutti i punti di vista; la riforma è ampia, e ciascuno di noi può trovare qualche motivo per protestare: la mediazione obbligatoria, l’iscrizione obbligatoria alla Cassa Forense, l’assicurazione obbligatoria, l’esame obbligatorio per diventare cassazionista etc (perdonatemi per la ripetizione dell’aggettivo).

 

   La domanda che mi pongo è: qual è l’atteggiamento giusto (o semplicemente più sensato) del singolo professionista di fronte ad un cambiamento così radicale dell’ordinamento? Resistere a tutti i costi, lamentandosi contro il Ministero (“Piove governo ladro!”), e magari anche contro il CNF e l’OUA, per aver tradito le aspettative degli iscritti? Oppure cedere le armi, rassegnandosi alla situazione e aspettare di vedere cosa succede?

 

   A mio parere c’è un atteggiamento più funzionale di “combattere o morire”, anche se richiede una certa elasticità mentale, ed è quella di ritenere la trasformazione della nostra professione un’opportunità, anziché un attacco personale.

 

   La professione sta cambiando perché doveva cambiare, non è pensabile continuare con un ordinamento di ottanta anni orsono, non è pensabile continuare in una società dove il numero dei concorrenti è cresciuto negli ultimi anni esponenzialmente, in cui l’avvocatura costituisce quasi un refugium peccatorum dei laureati in giurisprudenza. Che senso ha lamentarsi della liberalizzazione della concorrenza, quando già il numero di 247.000 avvocati  (ultimo censimento) costituisce di per sé una concorrenza spietata? La verità è che se la riforma avesse tardato di altri dieci anni le strade sarebbero state invase dagli avvocati come gli zombie in “Walking Dead”!

 

   Ben venga quindi la visione dell’avvocato come imprenditore, e dello studio legale come un’impresa, ben vengano i corsi di formazione in marketing, qualità, economia d’impresa etc. L’avvocato tradizionale, di Carneluttiana memoria, non esiste più da tempo, e Carnelutti stesso si stupirebbe di vedere cosa è diventato il suo studio…

 

   L’Avvocato deve diventare necessariamente anche imprenditore di sé stesso non perché costretto nel ruolo (quante volte avrete sentito dire con rammarico ”ormai siamo diventati imprenditori…” come se fosse un’offesa), ma come un’occasione di utilizzare al meglio il nostro bagaglio culturale, la nostra intelligenza e creatività.

 

   Quando l’onda del cambiamento sta per travolgerti, la cosa migliore non è lasciarsi annegare, né sperare di stare a galla, l’atteggiamento giusto è cavalcare l’onda.

 

 

leggi gli altri post

 

 

0 Commenti

ven

27

set

2013

Vietato il collare antiabbaio

   La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 38034 depositata il 17 Settembre 2013, ha ribadito che l’utilizzo del collare antiabbaio costituisce maltrattamento di animali.

 

   Per chi non lo sapesse, il collare antiabbaio (come quello nella foto) è un dispositivo che emette scariche elettriche a basso voltaggio ogni volta che il cane abbaia, così da indurlo a non abbaiare più (almeno questo è quello che dicono i produttori).

 

   A parte il fatto che personalmente ritengo che anche costringere un cane a non realizzare un istinto primario come abbaiare sia maltrattamento, farlo attraverso scariche elettriche è evidentemente un metodo da lager. Pure i padroni (per lo più allevatori) che utilizzano questo sistema affermano che, su invito del produttore, hanno provato il collare sul braccio, e la scossa è di bassissimo voltaggio (c’è anche un dispositivo per indurla “a comando”).  Gli stessi padroni, però, si guardano bene dal provarlo al collo, né a tenerlo sempre per abituarsi a tacere...

 

   Questi collari del resto sono da sempre contestati, e il loro utilizzo è stato più volte vietato da ordinanze del Ministero della Salute, tutte  sospese dal Tar Lazio si ricorsi dei produttori (per motivi non di merito, comunque).

 

La sentenza si segnala anche perché mette in luce un principio importante, ossia che il reato di maltrattamento permane anche in mancanza di dolo diretto, ossia anche a prescindere da qualunque intenzione del padrone.

 

 

leggi la sentenza

 

 

 

leggi gli altri post

 

0 Commenti

mar

17

set

2013

Partecipa.gov, un piccolo esempio di democrazia in rete

   In questi giorni sui principali media gira uno spot che invita i cittadini a rispondere ad un piccolo questionario su alcune possibili modifiche alla nostra Costituzione.

 

   Spinto dalla curiosità e dal mio senso civico sono andato a vedere su www.partecipa.gov.it, e mi è stata data l’opportunità di rispondere ad alcune domande a risposta multipla su questioni fondamentali del nostro paese, quali forma di Stato e di Governo, presidenzialismo, bicameralismo etc. Ad ogni domanda e alla fine di ogni questionario (sono due, uno breve e uno lungo) c’è anche la possibilità di aggiungere qualche riga di commento.

 

 

   Oltre che l’opportunità di ripassare un po’ di diritto pubblico, che non fa mai male, l’iniziativa si segnala per lo spazio dato a nuove possibilità di democrazia diretta on-line, ideale per noi internauti, con la proposta a nuove apertura di questa forma di comunicazione anche tra governo e cittadini (come le raccolte di firme on-line per referendum e/o proposte di legge).

 

   Per facilitare la risposta anche ai non tecnici, ogni domanda è completata da una scheda che spiega chiaramente di cosa si sta parlando, e il sito è arricchito da una sezione di documenti vari, tra cui la costituzione e vari supporti “didattici” (per i bambini c’è anche un “gioco dell’ocaambientato al Quirinale: il gioco del Quirinale!).

 

 

   C’è un quesito (o meglio, una possibile risposta) che mi ha fatto riflettere più degli altri: alla domanda se si dovessero incrementare (o creare) degli strumenti di democrazia diretta in rete, era possibile rispondere “No, dovrebbero essere lasciati alla società civile”. Premetto che non è stata la mia risposta, ma mi piacerebbe conoscere il punto di vista degli internauti “duri e puri”, per i cui Internet dovrebbe continuare ad essere una specie di terra di nessuno, libera da leggi e costrizioni. 

 

  Voi che ne pensate?

 

 

   leggi gli altri post

0 Commenti

lun

02

set

2013

Dare il nome ad un figlio: cosa dice la legge?

   Il nome di una persona è un elemento fondamentale, tanto più che, di solito, dura per tutta la vita, quindi è grande la responsabilità dei genitori che decidono come “battezzare” la prole. Tuttavia ci sono dei limiti ben precisi, per il nostro paese espressi dalle norme sull’anagrafe  (da ultimo il DPR 396/2000).

 

   Innanzitutto è vietato imporre al bambino:

- lo stesso nome del padre vivente,

- lo stesso nome di un fratello o di una sorella viventi,

- un cognome come nome,

- nomi ridicoli o vergognosi.

 

  Quanto alle prime indicazioni, servono evidentemente ad evitare insidiose omonimie, per cui non è possibile chiamarsi Mario Junior, come si usa negli Stati Uniti.

 

   Quanto all’imporre nomi ridicoli e vergognosi, in pratica ci si rimette al buon senso dei genitori, perché non è più previsto (come fino al 2000) che l’ufficiale giudiziario possa rifiutare il nome e imporne uno “normale” d’ufficio. Oggi se i Sigg. Lampa insistono per chiamare i loro figli Dario Dina, con infelice effetto finale, l’ufficiale di stato civile deve procedere alla registrazione, e se ritiene il nome ridicolo segnalarlo al Procuratore della Repubblica, il quale, se ritiene, può rettificare il nome sostituendolo con un altro con un apposito giudizio di rettifica.

 

   A tal proposito tutti ricordano il caso di quei genitori che volevano a tutti i costi chiamare il figlio Venerdì, e a cui il giudice impose il nome Gregorio (il patrono del suo giorno di nascita).

 

 

   Il nome può essere costituito da uno, due o la massimo tre “prenomi” (così si definisce il nome di battesimo, opposto al cognome), non separati da virgola, e a tutti i fini di legge vengono considerati come nome singolo.

 

   E’ fondamentale che il nome corrisponda al sesso del bambino, cosa che sembra ovvia, ma che può creare problemi per i bambini con nomi come “Giovanni Maria” e bambine di nome “Andrea”.

 

   La questione era così frequente che è stata promulgata una apposita nota del Ministero dell’Interno (circolare Min. Int. 27/2002), ispirata al buon senso, ossia all’utilizzo comune del nome nel nostro paese, per cui è consentito l’utilizzo di Maria ad un bambino come secondo nome, preceduto da un nome maschile (come Giovanni Maria), mentre è escluso che si possa battezzare una bambina italiana come “Andrea”, che in Italia è un nome esclusivamente maschile, a differenza che nel resto del mondo (come in Germania Spagna o Stati Uniti).

 

   E se i genitori, per l’appunto, sono stranieri?

 

   In tal caso sono previste delle eccezioni ad hoc: nel caso di nomi da assegnare a bambini di nazionalità estera nel nostro Paese deve applicarsi la normativa del paese di provenienza, in attuazione di specifiche norme di diritto internazionale privato. Quindi una bambina di nazionalità tedesca o spagnola potrebbe tranquillamente essere chiamata Andrea anche se nata e registrata in Italia.

 

   Possono anche essere utilizzati nomi tipici del paese di provenienza, purché siano trascritti con l’alfabeto italiano, anche se è ammesso l’utilizzo di accenti particolari (dieresi, accenti circonflessi etc.).

 

   Ai figli di cui non sono conosciuti i genitori non possono essere imposti nomi o cognomi che facciano intendere l’origine naturale, quindi è ormai preclusa quell’antica abitudine di dare ai bambini non riconosciuti cognomi quali: Esposito e Diotallevi, che pure ancora oggi hanno una notevolissima diffusione nazionale.

 

 

leggi gli altri post

 

 

2 Commenti

ven

12

lug

2013

Casa d’abitazione non pignorabile? Sì, ma …

          Il cd. “Decreto del fare” (DL 69/13), tra le molte novità proposte, ha stabilito anche l’impignorabilità della prima casa, novità sbandierata dai media come una vittoria della società civile all’insegna della solidarietà, contro la crisi. E’ il caso di fare chiarezza.

 

            Innanzitutto l’impignorabilità riguarda solo lo Stato e il suo “braccio esecutivo”, ossia Equitalia, mentre il limite non vale per i privati, tra cui, soprattutto, le banche, i principali creditori dei proprietari. E non potrebbe essere diversamente: se un giorno un Decreto Legge dovesse impedire alle banche di pignorare le case d’abitazione, inevitabilmente le banche non erogherebbero più i mutui per comprarle. Nei confronti di tutti i creditori diversi dallo Stato, dunque, la casa d’abitazione resta pignorabile, anche per crediti esigui, in base al principio per cui il debitore risponde del credito con tutti i  suoi beni presenti e futuri.

 

           In secondo luogo la prima casa è impignorabile se è anche l’unica. Se il debitore possiede altri immobili, questi potranno essere pignorati da Equitalia, anche se solo per crediti superiori a € 120.000 (prima del DL il limite era di € 20.000).

 

            In terzo luogo la casa d’abitazione è considerata tale solo se: 1) è accatastata come immobile abitativo; 2) il debitore vi risiede anagraficamente (oltre che di fatto).

 

            Sono escluse dal beneficio ville e castelli, pignorabili anche ad onta del nobile decaduto che si ostina a risiedervi, circondato dai fantasmi, dai ricordi e dai debiti.

 

 

leggi gli altri post

 

70 Commenti

gio

27

giu

2013

La nobile arte della domiciliazione legale

   La domiciliazione è un rapporto di colleganza esclusivo dell’avvocatura, in quanto non esistono rapporti simili nel mondo delle professioni. Per chi non lo sapesse, quando un avvocato ha necessità di operare in un tribunale diverso dal proprio, può decidere di spostarsi e viaggiare per tutti gli adempimenti (caricando al cliente tutte le spese) oppure affidarsi ad un collega, che li svolgerà per lui.


   Non si tratta di un vero e proprio rapporto di mandato professionale, ma piuttosto di un rapporto basata sulla fiducia e sulla deontologia. L’avvocato che si affida ad un altro (ossia il dominus) risponde di fronte al cliente anche del suo operato, così come risponde al domiciliatario del fondo spese (che di norma il domiciliatario chiede al dominus, non certo al suo cliente, con cui di solito non intrattiene alcun rapporto). Gli adempimenti che il domiciliatario compie in nome del dominus possono essere i più svariati, e possono andare dal fare una semplice fotocopia, alla sostituzione in una udienza, fino all’adempimento di tutta l’attività “materiale” in tribunale, per cui il domiciliatario diventa un sostituto in tutto e per tutto del dominus.


   E’ sintomatico che un rapporto del genere sussista proprio tra avvocati, professionisti che per definizione sono “l’un contro l’altro armati”, mentre non avvenga, per esempio, tra medici e/o ingegneri, restii alle collaborazioni “a distanza” (anzi, restii alle collaborazioni). Naturalmente di solito si preferiscono colleghi che già si conoscono, magari ex colleghi d’università che hanno preso strade diverse, ma è frequente anche il contrario, ossia che dalla domiciliazione con un estraneo possa nascere un’amicizia basata sulla stima e sulla fiducia.

 

      Cosa spetta al domiciliatario?


   Nel regime del precedente tariffario, allo stesso spettavano i diritti di procuratore, nei limiti di quello che effettivamente faceva. Per intenderci, era stabilita una voce per ogni singola udienza, accesso agli atti, notifica, deposito etc, per cui era facile fare il conto, e difficile sindacare, tanto più che si trattava di voci fisse.


   Con l’abrogazione del vecchio tariffario e della distinzione tra diritti di procuratore ed onorario d’avvocato, il tutto è lasciato alla libera contrattazione delle parti (che sono, lo ricordo, il dominus e il domiciliatario). E’ anche frequente lavorare in convenzione, specie nel caso di domiciliazioni frequenti, stabilendo un fisso per ogni incarico, indipendentemente dall’attività in concreto svolta.

 

 

leggi gli altri post

38 Commenti

mer

12

giu

2013

Entra in vigore la riforma del Condominio. E ora?

   Dal 18/6/2013 entrano in vigore le nuove norme condominiali, varate con la L 11/12/2012 n. 220, riforma storica soprattutto perché la materia era rimasta identica a se stessa da ben 70 anni, e affidata esclusivamente al Codice Civile.

 

   Non è un caso che la materia condominiale costituisca una sensibile percentuale delle liti che intasano il nostro sistema giudiziario, e che le soluzioni delle varie problematiche siano finora state affidate esclusivamente alla giurisprudenza, soprattutto a quella più creativa. Se poi la riforma mitigherà o accentuerà ancora di più le liti in condominio prima e in tribunale poi, questo è tutto da vedere.

 

   Tra le principali direttrici della riforma possiamo segnalare l’accentuazione del carattere soggettivo del Condominio, che è e rimane un ente di gestione, ma soggetto ad alcune formalità, tra cui l’obbligo di avere un proprio Codice Fiscale Condominiale, un proprio Conto Corrente Condominiale sul quale transitano tutti i movimenti di denaro del condominio, un’assicurazione da responsabilità civile.

 

   Il Condominio è tenuto inoltre a tenere un bilancio condominiale, con tanto di stato patrimoniale e relazione accompagnatoria, da tenere a disposizione dei condomini. Deve inoltre tenere un registro di anagrafe condominiale, con l’indicazione di tutti i condomini, e conservare copia di tutti i verbali e di tutte le mozioni.

 

   Opzionale è invece la nomina di un amministratore, obbligatoria quando i condomini sono più di otto (anziché più di quattro). Ad affiancare l’amministratore, quando i condomini sono più di 11, potrà esservi un consiglio di condominio di tre membri, con funzioni consultive e di controllo sull’operato dell’amministratore.

 

    Anche le nuove tecnologie possono influire slla vita del condominio, dato che è possibile attivare un sito web condominiale, gestito dall’amministratore, sul quale ognuno dei condomini, con un’apposita password (per salvaguardare la privacy) potrà vedere i bilanci, i verbali d’assemblea e quanto altro. Nella stessa ottica gli avvisi di convocazione di assemblea possono essere inviati a mezzo PEC, naturalmente ai condomini che ne siano in possesso.

 

   Sono state modificate al ribasso le quote di maggioranza necessarie per l’approvazione in prima e seconda convocazione, e rinforzati i poteri dell’amministratore con la possibilità di erogare delle sanzioni pecuniarie ai condomini indisciplinati.

 

   Tra le novità più interessanti vi è la prededuzione dei crediti condominiali in caso di fallimento o altre procedure concorsuali subite dal singolo condominio; in particolare i crediti condominiali sono preferiti non solo rispetto ai crediti chirografari, ma persino a quelli privilegiati.

 

   Un altro aspetto che più volte era emerso in giurisprudenza è la solidarietà dei condomini rispetto ai terzi. Spessissimo succedeva che ad esempio un condomino si rifiutasse di pagare la propria quota di riscaldamento comune, e che gli altri condomini erano costretti a coprire la sua quota, oppure a subire l’esecuzione da parte del fornitore, che, data la solidarietà tra condomini, poteva agire contro chiunque, non necessariamente contro il condomino moroso.

 

  Con la riforma, invece, la solidarietà passiva tra i condomini è sussidiaria rispetto alla preventiva escussione del condomino moroso, purché l’amministratore comunichi ai creditori il nome dell’inquilino moroso.

 

   Confermata inoltre la possibilità di ottenere un decreto ingiuntivo contro il condomino moroso sulla base dei verbali di approvazione del bilancio, salvo che ora non costituisce più una scelta, ma un obbligo per l'amministratore, trascorsi sei mesi dall'approvazione.

 

 

 

leggi gli altri post

 

0 Commenti

mar

28

mag

2013

DIVORZIARE IN ROMANIA

   L’ordinamento europeo viene spesso usato e abusato per aggirare i limiti imposti dall’ordinamento italiano. Dopo l’annosa questione dell’abilitazione professionale in Spagna (dove per diventare Abogados non serve -o meglio, non serviva- un vero esame, né due anni di pratica) ecco spuntare il divorzio in Romania. Trattasi di un divorzio breve, anzi di un vero divorzio-lampo, in quanto secondo le società che offrono questo servizio il divorzio si può ottenere in soli 6 mesi (quando nello stesso tempo in Italia non si ottiene la separazione, o un decreto ingiuntivo, o un qualunque provvedimento…).

 

   Facciamo un rapido raffronto tra ordinamenti: secondo la legge italiana, di norma possono chiedere il divorzio le coppie già separate da almeno tre anni (termine che decorre dalla prima udienza presidenziale), e otterranno la pronuncia alla fine di un procedimento che ricalca, nelle forme e nei tempi, quello di separazione, con le medesime differenze tra richiesta consensuale/congiunta o giudiziale.

 

   In Romania è invece possibile ottenere il divorzio senza prima passare dalla separazione, e possono accedere alla procedura i coniugi risiedenti in Romania da almeno tre mesi.

 

   Come aggirare l’ostacolo e accedere alla giustizia rumena? Basta stipulare un (simulato) contratto d’affitto in Romania per ottenere un (pretestuoso) certificato di residenza in Romania e il gioco è fatto, in barba alle leggi italiane!

 

   Il servizio è accessibile, naturalmente, anche ad uno solo dei coniugi contro l’altro, e a tal proposito cito testualmente da uno dei siti che propone questo servizio: “Notasi che nel caso di procedura "Giudiziale" attivata da un coniuge interessato,  l'altro coniuge è obbligato a convenire al Tribunale Romeno, per cui il primo coniuge ha la possibilità di operare con Forza ed ottenere il Massimo, spiazzando il secondo coniuge, sorpreso e non preparato a dovere andare in Romania, trovare rapidamente un Avvocato in Italia ed un altro in Romania, organizzarsi, ecc..”.

 

   E’ evidente che i sistemi di riconoscimento delle sentenze straniere non sono finalizzate allo scopo di impedire ad una parte di partecipare consapevolmente ad un processo a favore dell’altra, ma semmai allo scopo contrario, per cui l’esempio sopra costituisce, più che un abuso, una perversione del processo, e una ulteriore occasione di decadimento dell’immagine della classe forense.

 

 

leggi gli altri post

 

2 Commenti

ven

26

apr

2013

SCRIVERE UNA PUBBLICAZIONE GIURIDICA 3. DOVE?

   Se scrivete un bellissimo articolo ma nessuno lo legge, non è una pubblicazione, e non vi serve a niente. Se scrivete un bellissimo articolo e lo pubblicate sul vostro sito o su qualche Social Network lo avete sì pubblicato in modo che altri possano leggerlo, ma non vale come “pubblicazione”, perché a parte voi nessuno lo ha controllato prima di pubblicarlo. Un articolo vale come “pubblicazione” se è stato pubblicato su una rivista giuridica ufficiale, cioè registrata in un tribunale italiano come periodico e avente ad oggetto il diritto, diretta da un giurista. Prima di venire pubblicata su tale rivista il vostro articolo verrà letto e verificato da un esperto della materia, per accertare non solo che non diciate stupidaggini sull’argomento, ma anche che sia scritto in buon italiano, corretto stilisticamente e, sintetizzando, “pubblicabile”.


       In Italia le riviste giuridiche sono di due tipi, cartacee ed elettroniche. Quelle del primo tipo (ad es. “Il Foro Italiano”) sono quelle tradizionalmente più prestigiose, che pubblicano pochi articoli, ma di altissima qualità. Per avere una speranza di essere pubblicati lì dovreste essere docenti universitari, avvocati cassazionisti e un terzo titolo a scelta, per cui vi sconsiglio quella strada.

       

       Poi ci sono le riviste in formato elettronico (altalex, diritto.it, leggioggi.itetc.), che invece, proprio per la facilità di fruizione della rivista, pubblicano mensilmente centinaia e centinaia di articoli, e danno la possibilità anche ad autori sconosciuti di farsi leggere e conoscere. Esistono anche delle riviste di settore, che trattano solo della vostra materia preferita, badate solo che la rivista abbia i requisiti che ho detto prima, ossia che sia registrata in tribunale, che abbia ad oggetto il diritto, e che sia diretta da un giurista. Questi requisiti in realtà non sono richiesti dalla normativa professionale sui CF, ma da quella sui titoli per concorso a dottorato di ricerca, che mi sembrano un ottimo standard di riferimento.


     Ovvio che pubblicando centinaia di articoli ogni mese la qualità non sia sempre altissima, perché non può esserlo. Voi nel vostro piccolo cercate di alzare la media, scrivendo un articolo di ottima qualità. Per aumentare la probabilità di essere pubblicati inviate insieme all’articolo un vostro curriculum e una breve presentazione dell’articolo, magari un “abstract” che faccia capire a colpo d’occhio di cosa parlate.


     Naturalmente l’articolo andrà firmato. Se la rivista che vi ospita ve lo consente, l’ideale sarebbe firmare con un collegamento ipertestuale, in modo che cliccando sul vostro nome l’improbabile lettore si trovi collegato al vostro sito, al vostro profilo Linkedin, alla vostra mail o a quel che vi pare.


     Una volta pubblicato il vostro articolo aspettate a fare un sospiro di compiacimento, ma fate un po’ di “post-produzione”. Infatti anche la pubblicazione, nonostante il nome, ha bisogno di pubblicità. Postate il vostro articolo (un collegamento ipertestuale esatto al link) sul vostro sito e/o blog se ne avete uno, sul vostro profilo Linkedin e/o Facebook (magari entrambi), se siete al primo articolo potreste anche permettervi di fare una mailing list a parenti ed amici (del tipo “Leggi il mio primo articolo!”).


     Naturalmente segnatevi ben bene per conto vostro la pubblicazione, ai fini dei crediti formativi, concorsi etc. Per chi non lo sapesse una pubblicazione si segna con titolo, rivista, codice ISBN della rivista, data di uscita, link esatto (ossia l’intera riga www. etc.).


   Adesso potete fare un sorriso di autocompiacimento: siete diventati ufficialmente Autori!

 


 

        leggi gli altri post

 

0 Commenti

lun

22

apr

2013

SCRIVERE UNA PUBBLICAZIONE GIURIDICA 2. COSA?

    Deve essere chiaro che cosa si intende per pubblicazione giuridica, perché fraintendere il concetto potrebbe annullare tutti i potenziali vantaggi. Per cominciare, quello che state leggendo adesso NON è una pubblicazione, ma solo un post su un blog. Per pubblicazione intendo un articolo giuridico impostato come una piccola tesina, con tanto di indicazioni legislative, giurisprudenza e bibliografia, note a margine e richiami etc. (pensate un po’ a quello che avete dovuto fare per la tesi, e immaginatelo su piccola scala). Il vostro articolo dovrà essere come quelli sulle riviste giuridiche che leggevate all’Università, o anche come quelli delle riviste on-line. Pianificate innanzitutto l’argomento, perché dovrà essere qualcosa su cui vi sentite preparati, o che vi interessa molto. Cercate e selezionate tutto il materiale, soprattutto leggi, sentenze e bibliografie, con il riferimento esatto, e infine scrivete. Se così vi sentite più sicuri, riprendete un passo della vostra tesi, ma adattatelo ad una pubblicazione breve (max 5-10 pagg, meglio di meno) e soprattutto aggiornatelo.


     State attenti anche al copywriting, ossia l’impostazione grafica del vostro articolo: il carattere scelto, le impostazioni del paragrafo, le note, titoli e sottotitoli, l’eventuale in testazione etc. Molto meglio non fare gli originali e restare sul classico, ossia Times New Roman giustificato, con titolo che risultino così anche dallo stile (ossia nella mappa documento). E’ possibile che la rivista che decida di pubblicarvi lo faccia stravolgendovi tutta l’impostazione, cosa che è un po’ seccante. Per evitare di fare del lavoro inutile, prima di inviare il lavoro leggete gli altri articoli pubblicati e usate le stesse impostazioni. Alcune riviste indicano espressamente le impostazioni grafiche da usare per gli articoli, risolvendovi il problema.


     Che cosa scrivere? Questo è un dubbio che attanaglia quotidianamente tutti gli scrittori di professione. Fortunatamente il diritto è sempre in continua evoluzione, e non mancano mai argomenti da discutere. Tuttavia nella bibliografia tradizionale di un giurista le pubblicazioni sono tradizionalmente di cinque tipi: dottrina, nota a sentenza, commento a legge, relazione a convegno, recensione di un libro.


     La dottrina pura è costituita da dissertazioni su un argomento qualunque, nel  quale esponete anche una vostra personale tesi; è la pubblicazione tradizionale, e dovrebbe essere anche quella di qualità migliore; per un esempio personale  v. natura mista dell'assegno divorzile.


     Le note a sentenza sono commenti su recenti pronunce, sulle quali non mi dilungo, ma rinvio a condizioni di riabilitazione del fallito.


    Il commento ad una legge rappresenta il vostro pensiero su una novità introdotta dal legislatore; non deve essere necessariamente negativa o positiva, purché abbiate qualcosa da dire: evitate la spiegazione articolo per articolo; per un esempio v. nota critica alla composizione della crisi da sovraindebitamento.


     La relazione ad un convegno giuridico è meno semplice da scrivere di quanto sembra. Dando per scontato che presenziate all’evento e vi appuntate tutto (magari con un registratore), e che prendete anche tutto il materiale disponibile (brochure, relazioni, locandina…), nella relazione dovete dare all’evento tanto spazio quanto al contenuto dello stesso. Indicate quindi l’ente che ha organizzato l’evento, la location, i relatori con una breve presentazione per ciascuno (magari un piccolo curriculum in nota) e infine un riassunto delle relazioni. In partica il lettore deve sentirsi come se fosse stato presente al convegno.

Questo tipo di pubblicazione ha anche altri vantaggi; innanzitutto vi permette di superare il blocco dello scrittore, in quanto non dovrete studiare (non molto, almeno) né lavorare di fantasia, ma semplicemente prendere appunti su quello che ascoltate; inoltre se relazionate gli incontri formativi in un colpo solo raddoppiate i crediti presi in un giorno. Infine, per farvi conoscere anche dai vostri colleghi, potrete far distribuire la relazione dal vostro Ordine, per i colleghi assenti, con un ulteriore ritorno di immagine.

Per un esempio v. rendere giustizia: legalità, responsabilità e professione.

  

     Anche scrivere la recensione ad un libro giuridico potrebbe essere meno semplice di quello che pensate; dando per scontato che il libro lo abbiate letto veramente e per intero, deve trattarsi di un libro recente, non ancora recensito ufficialmente, e su un argomento che conoscete (se vi professate civilisti non varrà a nulla la vostra recensione di un trattato di criminologia). Non deve trattarsi né di una stroncatura né di una celebrazione entusiastica, ma di una recensione oggettiva.

Non ho ancora scritto recensioni (pur essendo stato soggetto a recensione…), ma un esempio veramente efficace di recensione è quella a diritto delle comunicazioni elettroniche.

 

leggi gli altri post

 

0 Commenti

ven

19

apr

2013

SCRIVERE UNA PUBBLICAZIONE GIURIDICA 1. PERCHE’?

   Perché scrivere una pubblicazione giuridica? Il primo e fondamentale motivo per cui dovreste farlo è per farvi conoscere, per far girare il vostro nome associato ad un’attività positiva, in sostanza per fare marketing legale. Pubblicando un articolo (vedremo poi di che tipo), cercando il vostro nome in rete un potenziale cliente potrebbe vederlo associato alla pubblicazione, e già dal titolo potrebbe intuire in che ramo del diritto siete specializzati. Il suo pensiero, almeno inconsciamente, deve essere questo: “se ci ha scritto un articolo, almeno su questo argomento ne capirà qualcosa!”. Pensateci bene: non serve a nulla essere esperti di qualcosa, magari i più preparati della vostra zona, se nessuno lo sa!


   Il secondo motivo per cui dovreste scrivere una pubblicazione è che contemporaneamente realizzate dei crediti formativi che vi verranno riconosciuti dal vostro Ordine. La normativa professionale prevede che una parte (non tutti, c’è un limite massimo) dei crediti formativi obbligatori può essere acquisita con delle pubblicazioni. Spetta al singolo Ordine decidere se e quanti crediti assegnare alle vostre pubblicazioni, non esistono standard precisi, tuttavia più alta è la qualità dei vostri scritti più saranno i crediti acquisiti.


   Il terzo motivo per cui dovreste scrivere e pubblicare un vostro articolo è per mettervi in gioco. Dentro ogni avvocato è nascosto un piccolo scrittore (magari nascosto molto bene), e l’ultima volta che avete scritto qualcosa (atti a parte) è stata la tesi di laurea. E’ il caso di rinfrescarvi le idee e riprenderci la mano, non soltanto ne gioverà la vostra immagine, ma la pratica di scrivere vi aiuterà anche nel lavoro di tutti i giorni, dal redigere una comparsa ad un semplice verbale d’udienza.

 

leggi gli altri post


 

0 Commenti

Studio Chiricosta & Crea

P.zza Falcone e Borsellino 15

Piazza Armerina

94015 - Enna (EN)

tel/fax (+39)0935 684143

cell. 3336878516

-

si riceve su appuntamento